Il Giappone è spesso raccontato come un Paese ricco, ordinato, tecnologicamente avanzato. Ma dietro questa immagine luccicante si nasconde un’ombra crescente: la povertà che colpisce le famiglie più fragili, in particolare quelle con bambini. A renderlo evidente è l’ultimo sondaggio pubblicato a fine giugno dal gruppo no-profit Kidsdoor, che da anni supporta i minori a rischio esclusione.
Secondo la ricerca, condotta su oltre 2.000 nuclei familiari a basso reddito, quasi l’80% delle famiglie con figli ha dichiarato che la propria situazione finanziaria è peggiorata nell’ultimo anno. L’inflazione, che in Giappone ha raggiunto livelli mai visti da decenni, sta tagliando la capacità di spesa proprio delle fasce più deboli.
Il 90% degli intervistati segnala un aumento dei costi alimentari e un dato drammatico emerge tra le righe: il 27% dei bambini e l’81% dei genitori hanno ridotto la quantità di cibo consumato.
Il dato più simbolico riguarda il riso, alimento base della dieta giapponese: oltre il 90% degli intervistati dichiara di doverne limitare il consumo per motivi economici.
Nei commenti al sondaggio, il racconto è ancora più crudo: famiglie che saltano i pasti, che fanno meno bagni per risparmiare sulla bolletta dell’acqua, che non riescono più a preparare il bento per i figli a scuola.
La responsabile di Kidsdoor, Yumiko Watanabe, ha lanciato un appello diretto al governo: “Il Giappone non può ignorare chi non riesce a mettere la cena in tavola”. La coalizione di governo, guidata dal Partito Liberal Democratico e dal Komeito, ha promesso in campagna elettorale un bonus una tantum di 20.000 yen a cittadino, con ulteriori 20.000 yen per i bambini e gli adulti delle famiglie esenti da tasse.

Ma, avverte Watanabe, non bastano elemosine una tantum: servono misure redistributive stabili e strutturali, che garantiscano cibo, vestiti e casa ai più vulnerabili.
Una povertà nascosta ma diffusa
Il Giappone è uno dei Paesi OCSE con il tasso più alto di povertà infantile e di anziani poveri. Il welfare è frammentato e ancora oggi molti evitano di chiedere aiuto per vergogna o per paura dello stigma sociale.
Ma la crisi degli ultimi anni, tra Covid, inflazione e stagnazione dei salari, ha reso visibile una nuova fascia di povertà: quella dei lavoratori precari, delle madri single, dei pensionati senza risparmi e di una generazione intera che rischia di invecchiare senza protezioni sociali.
L’indagine di Kidsdoor è solo l’ultima di una serie di campanelli d’allarme. Altre ricerche pubblicate nei mesi scorsi hanno evidenziato come molti bambini vivano in insicurezza alimentare e come stia aumentando il ricorso alle mense sociali, i cosiddetti kodomo shokudō, gestiti da volontari.
La risposta politica: basterà?
Il governo Kishida ha varato piani contro la povertà infantile, ma la situazione resta critica. I sussidi una tantum alleviano solo temporaneamente il problema. La vera sfida è costruire un welfare stabile e inclusivo, capace di proteggere i più fragili senza aspettare che l’emergenza li travolga.
Nel frattempo, la povertà in Giappone resta una povertà silenziosa, difficile da vedere per chi guarda solo i grattacieli di Tokyo o le esportazioni high-tech. Ma molto reale per chi ogni sera deve scegliere se cenare o risparmiare sul gas e sull’acqua.
In un Paese che produce ricchezza ma la distribuisce sempre meno, la vera emergenza non è solo economica. È sociale e culturale.



