Perché oggi molti credono che si vivesse meglio 50 anni fa

A cinquant’anni dalla grande stagione dei diritti civili, dei sogni postbellici di benessere diffuso e della fiducia nel progresso, una nuova e cupa consapevolezza si fa strada: il mondo, pur avendo raggiunto livelli senza precedenti di ricchezza materiale e avanzamento tecnologico, sembra essere diventato un luogo più duro, più diseguale e meno giusto per troppi.

Il World Social Report 2025, pubblicato dal Dipartimento per gli Affari Economici e Sociali delle Nazioni Unite (UN DESA), fotografa con lucidità e rigore una realtà inquietante: nonostante i successi raggiunti, la maggioranza della popolazione mondiale vive in condizioni di difficoltà economica, precarietà lavorativa, insicurezza sociale e profonda sfiducia nelle istituzioni. Per molti, il futuro non è più una promessa ma una minaccia.

La convinzione che la vita sia oggi peggiore rispetto a cinquant’anni fa non nasce da nostalgia o ignoranza, ma da esperienze quotidiane tangibili. I numeri parlano chiaro: il 60% delle persone si considera “in difficoltà” e il 12% si definisce addirittura “sofferente”. Più di 690 milioni di individui sopravvivono con meno di 2,15 dollari al giorno, soglia considerata la linea della povertà estrema.

E oltre 2,8 miliardi di persone, più di un terzo dell’umanità, vivono con un reddito giornaliero che non supera i 6,85 dollari: una cifra insufficiente a garantire sicurezza, salute, istruzione o un’abitazione dignitosa. In altre parole, uscire dalla povertà non significa automaticamente sfuggire all’incertezza, e milioni di persone restano esposte a ricadute costanti, basta una malattia, un licenziamento, una crisi climatica.

Il lavoro, che dovrebbe rappresentare la via maestra verso l’emancipazione e la dignità, si è trasformato per molti in una trappola di precarietà. Nei Paesi a basso e medio reddito, l’occupazione informale rimane dominante, un destino che spesso accompagna l’intera vita lavorativa.

Ma anche nei Paesi sviluppati il quadro non è molto diverso: il lavoro a tempo determinato, il part-time involontario, le prestazioni nella gig economy hanno smesso di essere scelte di flessibilità e sono diventate forme imposte di sopravvivenza. La narrazione dominante sulla libertà del lavoro autonomo maschera spesso la realtà di persone senza tutele, senza ferie, senza previdenza, senza alcuna prospettiva di avanzamento.

Il divario tra le aspettative di benessere coltivate dalla generazione precedente e la precarietà vissuta oggi da milioni di lavoratori alimenta frustrazione e senso di fallimento personale. È una frustrazione che non ha solo una dimensione economica, ma esistenziale. La promessa sociale del lavoro come strumento di realizzazione e contributo alla collettività si è svuotata. E dietro questa crisi si nasconde anche una trasformazione più profonda: la progressiva “mercificazione” del lavoro, dove la persona è sempre più ridotta a una funzione misurabile, sostituibile, frammentata.

Le disuguaglianze, lungi dall’essere un problema risolto, si sono aggravate. Oggi l’1% più ricco della popolazione mondiale possiede più ricchezza del restante 95%. Dal 1990, la disuguaglianza di reddito è aumentata in gran parte dei Paesi ad alto reddito e in alcune grandi economie emergenti come Cina e India. Questa concentrazione estrema del benessere non è un sottoprodotto accidentale del progresso economico, ma il risultato diretto di decenni di politiche neoliberiste che hanno ridotto la fiscalità progressiva, smantellato le protezioni sociali e favorito la deregulation.

In parallelo, anche le disuguaglianze di genere, razza e classe sono sopravvissute a ogni tentativo di riforma. Ancora oggi, in molti Paesi, le donne guadagnano meno degli uomini a parità di competenze, anche dove superano gli uomini nei livelli di istruzione. E continuano a sobbarcarsi in larga misura il peso del lavoro di cura non retribuito.

Anche la crisi climatica contribuisce ad amplificare la disuguaglianza. Le sue conseguenze non si distribuiscono in modo uniforme: il 50% più povero della popolazione globale produce solo il 12% delle emissioni, ma subisce il 75% delle perdite di reddito provocate dagli eventi climatici estremi. All’opposto, chi ha più contribuito a inquinare dispone anche delle risorse per proteggersi meglio. La disuguaglianza climatica è oggi una delle forme più brutali di ingiustizia intergenerazionale.

Se a tutto questo si aggiunge la crisi della fiducia, il quadro diventa ancora più allarmante. Secondo i dati raccolti nel Rapporto, meno del 30% delle persone nei Paesi monitorati crede che “la maggior parte degli esseri umani sia degna di fiducia”. Più della metà della popolazione globale non si fida del proprio governo. E le nuove generazioni – quelle nate dopo il 2000 – mostrano livelli ancora più bassi di fiducia nelle istituzioni.

È un crollo silenzioso, ma devastante, che erode le basi stesse della convivenza democratica. Quando le persone smettono di credere nella buona fede degli altri o nella capacità dello Stato di agire per il bene comune, la società entra in una spirale pericolosa, fatta di isolamento, polarizzazione, radicalizzazione.

A peggiorare le cose interviene il ruolo ambiguo della tecnologia: i social media, che avrebbero dovuto connettere e informare, diventano invece strumenti di disinformazione, polarizzazione e conflitto. Le piattaforme premiano i contenuti più estremi, creano bolle cognitive e camere dell’eco in cui ciascuno è esposto solo alle opinioni che rafforzano le sue convinzioni. Il risultato è una crescente incomunicabilità sociale, in cui la diversità di opinioni non genera confronto, ma diffidenza, odio, disumanizzazione dell’altro.

In questo contesto, il Rapporto lancia un messaggio netto: le sfide sociali di oggi non possono essere affrontate con strumenti del passato. Non bastano interventi isolati o soluzioni tecnocratiche. Serve un nuovo consenso politico, un patto sociale rinnovato che ponga al centro tre valori: l’equità, la sicurezza economica per tutti e la solidarietà.

Questo significa investire molto di più – e molto meglio – nelle persone. Non solo aumentare la spesa per istruzione, sanità, abitazione e protezione sociale, ma migliorarne la qualità, la capillarità, la capacità di rispondere davvero ai bisogni. Significa garantire l’accesso universale alla protezione sociale, che oggi resta frammentaria e inadeguata anche dove è formalmente presente.

Significa anche ripensare il lavoro, smettendo di misurarlo solo in termini quantitativi. La priorità deve essere la creazione di lavoro dignitoso, non qualsiasi impiego. Occorre rafforzare la contrattazione collettiva, garantire salari minimi adeguati, assicurare diritti anche a chi lavora con contratti atipici o in forma autonoma, e uscire dalla logica che vede la flessibilità come sinonimo di precarietà.

Sul piano fiscale, questo nuovo patto richiede coraggio: tassare di più i redditi e le ricchezze più elevate, ridurre il peso fiscale su chi guadagna meno, combattere l’evasione, riformare la fiscalità internazionale per impedire alle grandi multinazionali di sottrarsi alle loro responsabilità. La redistribuzione non è più una scelta politica tra le tante: è una condizione necessaria per la sopravvivenza della coesione sociale.

Ma il Rapporto ci mette in guardia: le politiche, da sole, non bastano. Se le istituzioni non sono credibili, se le persone non si sentono rappresentate, se le regole non sono sentite come giuste, ogni riforma rischia di fallire. È dunque necessario ricostruire la legittimità delle istituzioni, promuovere forme di partecipazione più inclusiva, garantire che nessuno sia invisibile, partendo dall’identità legale e dalla registrazione civile.

Il World Social Report 2025 è, in ultima analisi, un appello alla responsabilità collettiva. Di fronte alla crisi sociale globale, l’umanità ha ancora gli strumenti – politici, economici, culturali – per invertire la rotta. Ma serve una visione, serve volontà, serve coraggio. Il prossimo Vertice Mondiale per lo Sviluppo Sociale, che si terrà proprio nel 2025, sarà l’occasione per dimostrare se le parole possono ancora diventare fatti. Se sapremo costruire una società più equa e solidale. Se riusciremo a trasformare il disincanto in speranza.

Perché oggi, più che mai, non basta vivere in un mondo più ricco. Dobbiamo vivere in un mondo più giusto.