Kabul rischia di diventare la prima capitale senz’acqua

Di fronte a sei milioni di abitanti, la capitale afghana potrebbe essere la prima metropoli moderna a rimanere senz’acqua. Una crisi idrica alimentata da decenni di sovrasfruttamento, infrastrutture carenti, cambiamento climatico e abbandono internazionale. Ma Kabul non è sola.

Kabul, primavera 2025. In una città che si estende ormai oltre i sei milioni di abitanti, i rubinetti si stanno svuotando. Secondo l’ultimo rapporto della ONG Mercy Corps, la capitale afghana è vicina a un punto di rottura: se le attuali tendenze non verranno invertite, entro il 2030 i tre principali acquiferi della città saranno completamente esauriti. La metà dei pozzi privati è già a secco.

L’acqua finisce, il tempo pure.

Ogni anno si estraggono 44 milioni di metri cubi d’acqua in più rispetto a quanto gli acquiferi riescono a ricaricarsi naturalmente. Questo squilibrio, unito a un decennio di siccità e al collasso delle infrastrutture pubbliche, ha già messo a rischio la sopravvivenza di milioni di persone. Le proiezioni più conservative parlano di 3 milioni di potenziali sfollati.

Una città che si prosciuga
Kabul si alimenta principalmente dalle acque di fusione dei ghiacciai dell’Hindu Kush, sempre più magri e imprevedibili a causa del riscaldamento globale. Le precipitazioni tra il 2023 e il 2024 sono state inferiori del 45–60% rispetto alla media stagionale. Le poche piogge che cadono si perdono rapidamente sull’asfalto delle nuove aree urbanizzate, senza mai infiltrarsi nel sottosuolo.

Nel frattempo, la popolazione è esplosa: da meno di un milione nel 2001 agli attuali sei milioni. Le infrastrutture non hanno mai tenuto il passo. Solo il 20% delle abitazioni è collegato a una rete idrica centralizzata, spesso intermittente. Il resto dipende da oltre 120.000 pozzi privati, molti abusivi, che attingono sempre più in profondità a falde ormai esaurite o contaminate.

L’acqua c’è, ma non è potabile
Secondo il rapporto, l’80% dell’acqua sotterranea di Kabul è contaminata da sostanze tossiche come arsenico, nitrati, metalli pesanti e acque reflue non trattate. Il sistema fognario è inesistente in ampie zone della città, e i pozzi sorgono spesso accanto a latrine a fossa o scarichi industriali.

Il risultato è un’esplosione di malattie idriche. Ospedali e scuole sono costretti a chiudere per mancanza di acqua pulita. Chi può permetterselo compra acqua da privati a prezzi esorbitanti: fino a 7 dollari a settimana per una famiglia media, il triplo rispetto al 2021. Per molti, l’acqua è diventata un lusso più costoso del cibo.

Una crisi anche politica e internazionale
La gestione dell’acqua è diventata un tema strategico anche sul piano geopolitico. Grandi progetti come la diga di Shahtoot (sostenuta dall’India) o il gasdotto Panjshir sono al centro di tensioni con Pakistan e Iran. Intanto, l’isolamento diplomatico del governo talebano ha congelato miliardi in fondi umanitari: il solo settore idrico ha perso oltre 250 milioni di dollari in finanziamenti USA nel 2024-2025.

La carenza d’acqua è anche una delle principali cause di conflitti tra comunità e tribù urbane. Secondo un sondaggio di Oxfam, già nel 2008 il 40% dei conflitti locali aveva l’acqua come origine.

Soluzioni? Poche, tardive e frammentate
Ci sono progetti in corso, come la recente diga di Shah-wa-Arous, o piccole reti idriche locali promosse da ONG. Ma il quadro resta critico. Le soluzioni suggerite dal rapporto vanno dalla creazione di infrastrutture idriche centralizzate alla regolamentazione dei pozzi privati, fino a un maggiore coinvolgimento del settore privato. Tutto però dipende da una condizione che oggi sembra fuori portata: fiducia e cooperazione tra attori umanitari, governo e comunità locali.

Kabul oggi, domani il resto
La crisi idrica di Kabul è un campanello d’allarme per tutte le metropoli che crescono senza pianificazione e senza risorse. Se non si interviene subito, Kabul potrebbe diventare la prima capitale moderna a restare senz’acqua. Ma non sarà l’ultima.

“Carrying Water” by Lauras Eye is licensed under CC BY-ND 2.0.