Proprio ieri accusavamo Keir Starmer di essere l’emblema in Europa di una sinistra senz’anima, senza coraggio, senza idee. Neanche ventiquattr’ore, ed ecco un gesto – un atto di governo, rivendicato senza esitazioni – che va ben oltre le peggiori previsioni.
Il primo ministro britannico ha annunciato una stretta sull’immigrazione: test linguistici più rigidi, restrizioni generalizzate sui visti, retorica identitaria da “nazione minacciata”. E poi quella frase: “Rischiamo di diventare un’isola di stranieri”. Una frase che non ha bisogno di interpretazioni: è un copia-incolla concettuale dal peggior armamentario della destra razzista britannica. Un’eco diretta del famigerato discorso sui “fiumi di sangue” di Enoch Powell.
A chi gli ha chiesto conto della deriva verbale, Starmer ha risposto senza batter ciglio. Ha parlato di doveri, di regole, di obblighi. Ha raddoppiato: i migranti, ha detto, “devono imparare la lingua e integrarsi”. Non ha fatto una piega. Perché, evidentemente, non è una scivolata: è una linea.
E allora la questione si pone con nettezza: Keir Starmer ha appena firmato il fallimento politico del progetto Labour. Non per un errore tattico, ma per un suicidio culturale.
Insegue la destra sul suo terreno, con il suo linguaggio, secondo la sua logica. Non prova a sfidarla. Non prova a disinnescarne i presupposti. Al contrario: li fa propri, li rende istituzionali. Trasforma l’allarmismo in politica pubblica. Trasforma la paura in governance.
E in questo passaggio, perde tutto. Perde la propria funzione storica. Perde ogni credibilità tra chi si aspettava un’alternativa vera. Perde, in anticipo, l’orizzonte futuro.
Perché una sinistra che parla di “isola di stranieri” non sta solo strizzando l’occhio ai conservatori: sta rinunciando al suo codice genetico. Sta dicendo che non esiste più una cultura della solidarietà, dell’accoglienza, dell’uguaglianza. Sta dicendo che la sua unica ambizione è quella di amministrare il presente con le parole e le paure della destra.
Ma così, non solo non si cambia nulla: si peggiora tutto. Perché si svuota il campo della politica. Si abbandona la possibilità di rappresentare le classi popolari, le nuove generazioni, le periferie, i migranti, chi chiede casa, scuola, lavoro, salute.
Keir Starmer ha già segnato la fine del suo ciclo. Forse non ancora nei sondaggi, ma nell’immaginario. Ha scelto il potere senza visione. La vittoria senza anima. Il governo senza cambiamento. È già politicamente finito, perché ha già smesso di rappresentare qualcosa che valga la pena difendere.
Chi lo sostiene dentro il Labour dovrebbe chiedersi: quanto vale vincere, se si è già perso tutto?



