Nel 2024, l’Italia ha stabilito due record europei: il più alto numero di auto per abitante e uno dei parchi circolanti più vecchi del continente. A prima vista potrebbe sembrare un paradosso. Ma è in realtà il risultato coerente di decenni di politiche pubbliche fallimentari su mobilità, urbanistica e sostenibilità ambientale. Non siamo un Paese di automobilisti per passione. Siamo un Paese che è stato messo nelle condizioni di non poter fare altrimenti.
Nel 2024 le auto in circolazione in Italia hanno raggiunto la cifra di 41,3 milioni, con un rapporto di 701 vetture ogni 1000 abitanti. Se si includono tutti i veicoli, si arriva a 942 ogni 1000 abitanti: numeri che fanno impallidire ogni altro Stato europeo. Ma il dato più preoccupante è l’età del nostro parco auto: 13 anni in media, con quasi il 25% delle vetture che ha più di 19 anni ed è classificata Euro 0-3, quindi altamente inquinante. Non è solo un problema di ambiente, ma di economia e di giustizia sociale.
Le ragioni di questa stagnazione sono molteplici. Primo, l’incertezza politica: nessun governo degli ultimi dieci anni ha saputo indicare con chiarezza una direzione sulle alimentazioni del futuro. L’elettrico? Incentivato a singhiozzo, penalizzato da infrastrutture carenti. L’ibrido? Una soluzione di transizione mai realmente strutturata. Il diesel? Demonizzato senza piani di uscita realistici. Il cittadino medio si trova così a dover scegliere tra spendere cifre ormai proibitive per un’auto nuova, o tenersi quella vecchia che, almeno, è una certezza.
Secondo, la povertà crescente: l’automobile resta un bene necessario per la mobilità quotidiana, soprattutto fuori dai grandi centri urbani. Ma l’acquisto di un’auto nuova è ormai fuori portata per milioni di italiani. Il risultato è l’esplosione del mercato dell’usato: nel 2024 sono stati registrati oltre 3,15 milioni di passaggi di proprietà, con un rapporto di quasi 2 a 1 rispetto alle nuove immatricolazioni. Un popolo che si scambia auto vecchie, perché lo Stato non ha fornito alternative.

Ed è proprio questo il punto cruciale: in Italia non esistono alternative sistemiche all’uso dell’auto privata. Il trasporto pubblico è inadeguato, sottofinanziato, inefficiente, specialmente al Sud e nelle aree interne. Le città continuano a essere progettate per le automobili, non per le persone: centri urbani congestionati, periferie senza collegamenti, piste ciclabili discontinue e spesso inutilizzabili. Lo Stato ha incentivato la dipendenza dall’auto invece di investire in una mobilità pubblica, condivisa, sostenibile.
Il risultato è una società prigioniera del proprio mezzo di trasporto. Una famiglia italiana spende in media circa 4.000 euro l’anno per l’auto: una cifra in crescita, che grava soprattutto sui redditi medio-bassi. Carburante, manutenzione, assicurazioni, tasse: tutto in salita. Nel 2024, il gettito fiscale dai trasporti ha raggiunto i 71 miliardi di euro. Ma a fronte di questa pressione, quali sono i servizi restituiti ai cittadini? Pochi, spesso inesistenti. Lo Stato incassa, ma non pianifica.
Sul fronte ambientale, l’auto-dipendenza italiana è un disastro. Le emissioni del trasporto privato restano altissime. La presenza di veicoli vecchi e inquinanti peggiora la qualità dell’aria nelle città e contribuisce a migliaia di morti premature ogni anno. Eppure, la transizione ecologica nel settore trasporti continua a essere trattata come una questione tecnica, da gestire con bonus e detrazioni fiscali, senza un disegno politico di lungo periodo.
Infine, il problema urbanistico: le nostre città sono cresciute in modo disordinato, spinte dalla speculazione edilizia e dall’assenza di una pianificazione lungimirante. Questo ha prodotto una frammentazione territoriale che rende impossibile vivere senza un’auto: case lontane dai servizi, scuole irraggiungibili a piedi, aree industriali isolate. Anche qui, la responsabilità è politica. Non è colpa dei cittadini se usano l’auto. È colpa di chi ha costruito una società che non permette di farne a meno.
Se vogliamo cambiare rotta, servono politiche pubbliche coraggiose. Serve un piano nazionale per la mobilità sostenibile, con investimenti massicci in treni regionali, autobus ecologici, infrastrutture ciclabili, pedonalizzazione intelligente dei centri urbani. Serve una riforma fiscale che penalizzi l’uso dell’auto più inquinante solo se accompagnata da reali alternative. E serve soprattutto una nuova idea di città: non più pensata per il traffico, ma per chi la vive.
L’Italia non può continuare a essere il paese dove l’auto è una gabbia. Ha bisogno di una visione nuova, radicale, concreta. E ha bisogno di politici che abbiano il coraggio di portarla avanti.



