La giornata di ieri al Bundestag segna un passaggio storico e carico di ironia politica per la Germania. Friedrich Merz, leader della CDU e figura da anni sospettata di strizzare l’occhio alle posizioni dell’estrema destra, è stato salvato dall’abisso politico non dai suoi, ma dai partiti di sinistra esclusi dal governo.
Merz, che negli ultimi mesi aveva blandito l’elettorato dell’AfD con posizioni sempre più intransigenti su migrazione e identità nazionale, ha clamorosamente fallito il primo scrutinio per la Cancelleria raccogliendo solo 310 voti, 18 in meno dei 328 necessari. Per la prima volta dal dopoguerra, un cancelliere designato non ottiene la maggioranza al primo colpo.
La responsabilità è da ricercare all’interno della sua stessa maggioranza. Tra le file dell’SPD serpeggiano forti malumori per l’accordo di coalizione giudicato troppo sbilanciato a favore della CDU, e per lo stile aggressivo adottato da Merz in campagna elettorale.
Nella CDU/CSU, alcuni deputati moderati non hanno mai digerito il suo allontanamento dalla tradizione centrista di Merkel, mentre i falchi fiscali si oppongono apertamente alle aperture di bilancio concordate con i socialdemocratici. Il risultato è stato un voto trasversale di sfiducia, esploso in aula con l’effetto deflagrante di un’umiliazione pubblica.
Ed è qui che si consuma il paradosso politico: a salvare Merz sono stati i partiti che, più di ogni altro, avevano denunciato la sua deriva verso l’estrema destra. Verdi, Linke, FDP e altri gruppi parlamentari di opposizione, pur contestando duramente la linea politica del futuro cancelliere, hanno votato a favore della ripetizione immediata del voto, bypassando le procedure ordinarie.

Un gesto di responsabilità istituzionale che ha consentito a Merz di ottenere al secondo scrutinio i 325 voti necessari per l’elezione. Nessun voto è arrivato dall’AfD.
In sostanza, Merz è diventato cancelliere grazie a un soccorso procedurale garantito da quella sinistra che fino a ieri accusava di voler normalizzare l’estrema destra.
Una vittoria di Pirro, che rivela la fragilità strutturale della sua coalizione. I franchi tiratori non sono stati identificati, ma la loro presenza incombe come un’ombra sulle future votazioni parlamentari. L’autorità di Merz esce indebolita e il suo governo nasce già sotto assedio.
Chi festeggia è l’AfD. Il partito di estrema destra ha assistito con compiacimento allo spettacolo della grande coalizione nel caos. Alice Weidel ha parlato di governo “nato morto” e ha chiesto elezioni anticipate.
L’AfD si presenta ora come unica forza coerente, mentre i partiti tradizionali appaiono disorientati e pronti a tutto pur di tenere fuori l’ultradestra, anche a costo di allearsi contro natura. Il racconto populista dell’establishment debole trova nuova linfa nella sceneggiata parlamentare.
I Verdi hanno mantenuto un profilo istituzionale, ribadendo la loro opposizione a Merz ma sostenendo la necessità di garantire stabilità alla democrazia parlamentare. La Linke ha invece attaccato frontalmente la coalizione, definendola un compromesso senza prospettiva, fondato più sulla paura dell’AfD che su un vero progetto di governo. Nessuno, però, ha potuto ignorare il fatto che ieri l’uomo che ha ammiccato alla destra radicale è stato messo in salvo dai partiti più distanti da quella cultura politica.
La maggioranza Merz-Klingbeil nasce dunque zoppa, costruita sull’esclusione dell’AfD ma esposta alle sue narrazioni. Ogni provvedimento sarà un test di tenuta, ogni voto parlamentare un potenziale rischio di nuova ribellione interna. La Germania cercava stabilità; ha ottenuto un cancelliere eletto per miracolo, in un Parlamento spaccato, mentre l’estrema destra osserva e cresce.
In fondo, il vero paradosso è che la sinistra ha salvato Merz per impedire il discredito delle istituzioni, ma così facendo ha consegnato all’opinione pubblica l’immagine plastica di una leadership debole e ricattabile. Un assist che i populisti useranno a lungo.



