Il Lunapark degli antifascisti per un giorno

di Sara Zuffardi e Ugo Zuffardi

A Roma, San Lorenzo, quartiere storicamente antifascista, quest’anno è stato scelto dal comune per una tre giorni di festa cittadina. Ma la commemorazione della Liberazione, che dovrebbe mantenere vivo il ricordo della lotta partigiana e dell’antifascismo quotidiano, è diventa sempre più una sagra dell’autocelebrazione, priva di sostanza, buona solo per sfoggiare un hashtag.

L’evento, ha trasformato per qualche giorno il quartiere in un grande parco giochi dedicato alla memoria. Colori, musica, qualche slogan riciclato, qualche volto noto e molti volti sconosciuti ai più, alla storia, alla lotta e al senso stesso della data.

Ma per un evento cittadino le piazze non bastavano, allora si sono chiuse le strade, anche ai pedoni. Transenne ovunque. Chi ci vive da sempre per andare a lavorare ha dovuto inventarsi percorsi alternativi, uno zig-zag tra strade blindate per l’evento e strade chiuse per il funerale del Papa.

Auto rimosse anche dove i divieti non erano stati segnalati in tempo. Negozi impossibilitati ad aprire o sequestrati dietro le barriere dell’evento.
E per cosa? Per vedere un concerto? Per bere una birra artigianale a 7 euro? Per comprare la maglietta “Bella ciao” fatta in serie? La lotta antifascista come prodotto culturale da vendere, come fiera da intrattenimento. La memoria trasformata in spettacolo. L’antifascismo trasformato in una festa.

E chi prova a dire qualcosa, il residente che prova a lamentarsi, viene zittito, perché “è il 25 aprile, non rovinare la festa”. Ma la Resistenza non era una festa, era lotta, clandestinità, scelta di campo e coraggio. Era vita e non merchandising. Era coscienza e non folla.

Il quartiere che resiste ogni giorno, è stato ignorato in nome di una giornata in cui tutti si sentono resistenti ma da domani, come sempre, tutto tornerà al suo posto, antifascisti per un giorno, spettatori per gli altri 364.

Stessa sorte è toccata al concerto del 1° maggio a piazza San Giovanni. Anche la festa dei lavoratori si è ridotta a un format da tv, un concertone con nomi sempre meno noti e un pubblico sempre più ridotto, un evento che somiglia sempre più a una sagra di paese che a una ricorrenza politico sindacale.

Così, in una distesa di ambulanti, puoi passare da un panino con la porchetta, a una birra artigianale. Da una maglietta con Che Guevara a una con la scritta Bella Ciao vendute al costo di una borsetta di Prada. Dalla cassa del paninaro con musica trash a palla a Santa Croce, al maxi impianto di San Giovanni che fa vibrare i pavimenti delle case alle famiglie che abitano vicino al palco.

Così come nelle guide turistiche si passa dal Natale di Roma al 25 aprile, dal concertone agli internazionali di tennis, passando per le varie sagre di paese in provincia. Eventi svicolati dal territorio che li ospita, che viene invaso, sfruttato e impoverito. E anche qui chi prova a dire qualcosa, il residente che prova a lamentarsi, viene zittito, perché “è il primo maggio, non rovinare la festa”.

La verità è che quando la memoria diventa spettacolo, diventa anche più digeribile e se il dissenso si mercifica, la lotta diventa un prodotto come un altro da vendere. Una moda da esibire, consumare e rapidamente dimenticare per passare alla successiva, come succede ad altre date tra cui la festa della donna, la giornata della pace, quella dei rifugiati e così via.

E così, mentre il 1 maggio siamo stati tutti paladini dei diritti dei lavoratori, nei cantieri si continua a morire.