Ogni dieci secondi un bambino è costretto a fuggire da casa in Sudan. Succede oggi, nel 2025, mentre leggiamo queste righe. E succede da due anni, ininterrottamente. È come se l’intero Paese fosse diventato un campo profughi in fiamme, dove ogni diritto è sospeso, ogni infanzia mutilata, ogni gesto di solidarietà rimandato a data da destinarsi.
La guerra in Sudan ha superato i due anni. Due anni in cui la popolazione è stata bombardata, violentata, affamata, costretta a fuggire. Due anni in cui oltre 30 milioni di persone, più della metà degli abitanti del Paese, necessitano di assistenza umanitaria. Quindici milioni sono bambini. Bambini che non vanno a scuola, che non mangiano, che non dormono al sicuro. Alcuni non parlano più, altri disegnano carri armati, case distrutte, madri morte.
Oggi il Sudan è la più grande crisi umanitaria per i bambini nel mondo. Ma non lo troverete nei titoli dei giornali. Non se ne parla nei summit globali. Non diventa oggetto di risoluzioni urgenti al Consiglio di Sicurezza. È come se la tragedia avesse superato il limite del tollerabile e quindi, per convenzione, fosse diventata invisibile.
Amnesty International ha definito questo silenzio globale un “giorno della vergogna”. Perché non c’è solo la responsabilità dei due eserciti in guerra — le Forze armate sudanesi e le Forze di supporto rapido — colpevoli di crimini di guerra, stupri, rastrellamenti e bombardamenti di ospedali e mercati. C’è anche la responsabilità di chi ha voltato le spalle, di chi ha continuato a vendere armi, di chi ha garantito solo il 6,6% dei fondi necessari per rispondere all’emergenza umanitaria.
Secondo l’UNICEF, la malnutrizione acuta colpisce ormai un bambino su due, mentre il 90% dei bambini ha smesso di frequentare la scuola. I tassi di vaccinazione sono crollati, e in molte zone del Paese la carestia è già realtà. Come se non bastasse, si avvicina la stagione delle piogge, che porterà con sé nuove epidemie, inondazioni e isolamento delle aree più colpite.

Save the Children parla della più grande crisi di sfollamento infantile al mondo: oltre 6,5 milioni di bambini sradicati dalle loro case, molti dei quali costretti a vivere in campi improvvisati, privi di acqua, servizi, cure. Tra loro c’è Fatima, 11 anni, costretta a fuggire dopo che un proiettile ha trapassato la finestra di casa sua. In un laboratorio organizzato con l’illustratrice Shiroug Idris, anche lei sfollata, ha lasciato un messaggio: “Non abbiate paura; torneremo a casa”. Parole che suonano come un sogno, più che una promessa.
Le reti religiose africane, insieme a Caritas Internationalis e ad altri organismi umanitari, denunciano l’abbandono degli attori locali, che nonostante siano l’unico baluardo rimasto per le comunità, ricevono meno dell’1% degli aiuti internazionali. Eppure continuano a portare cibo, medicine e speranza, spesso a costo della propria vita: negli ultimi raid su campi profughi e ospedali sono morti oltre 100 civili, tra cui 20 bambini e almeno 9 operatori umanitari.
Intanto la diplomazia internazionale balbetta, si accontenta di appelli rituali e non riesce nemmeno a imporre un embargo totale sulle armi, mentre le parti in conflitto si riforniscono liberamente. Due anni di massacri non sono bastati a convincere i governi che il Sudan esiste, e che milioni di vite sono appese a un filo.
Ma il filo si sta spezzando.
“Non possiamo abbandonare i bambini del Sudan”, ha dichiarato Catherine Russell, direttrice generale dell’Unicef. Ma è proprio ciò che stiamo facendo, ogni giorno. La guerra in Sudan non è una guerra dimenticata: è una guerra ignorata, deliberatamente, perché ammetterla significherebbe agire. E il costo dell’inazione, per i potenti, è ancora troppo comodo.
Il Sudan brucia. I bambini fuggono. Il mondo guarda da un’altra parte.



