Deployed Resources: arricchirsi a spese degli ultimi

Dove una volta c’erano concerti e birre calde, oggi ci sono filo spinato, controlli e disperazione. Era il 2005 quando Richard Stapleton e Robert Napior, due imprenditori americani con un passato da allestitori di festival, incontrarono per caso un funzionario federale al Bonnaroo, un grande evento musicale nel Tennessee.

Quello che all’epoca sembrava un incontro marginale si sarebbe rivelato l’inizio di un impero: da allora, la loro azienda Deployed Resources è diventata uno dei principali fornitori del governo americano per la costruzione e la gestione di campi di detenzione per migranti.

Tutto parte da un’intuizione: trasformare il know-how da festival in logistica d’emergenza, e poi in contenimento umano. L’azienda ha ottenuto negli anni oltre 4 miliardi di dollari in contratti governativi, costruendo tende e centri temporanei per migranti al confine tra Stati Uniti e Messico.

Un successo commerciale che si regge su un meccanismo ben rodato: adattarsi alle priorità politiche del momento, assumere ex funzionari dei ministeri competenti e trovarsi sempre al posto giusto, con il contratto pronto da firmare.

Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e la promessa di deportazioni di massa, Deployed è di nuovo sulla cresta dell’onda. Mentre le strutture permanenti dell’ICE, l’agenzia per l’immigrazione, raggiungono la saturazione, il governo sta pianificando di costruire tendopoli all’interno di basi militari.

L’ICE, che oggi detiene circa 48.000 persone, ha già assegnato a Deployed un contratto da quasi 140 milioni di dollari per convertire una struttura a El Paso, in Texas, in un centro di detenzione da mille posti. Il contratto è stato finanziato con fondi del Dipartimento della Difesa, in virtù di uno stato di emergenza proclamato alla frontiera.

La società ha anche ricevuto altri contratti minori per la gestione della sicurezza e per fornire personale di custodia. E intanto partecipa alle gare per nuovi campi di detenzione da migliaia di posti in basi militari come Fort Bliss, candidandosi per diventare il volto operativo della politica migratoria più dura che gli Stati Uniti abbiano mai conosciuto.

Deployed non è sola. Insieme a lei, i colossi del settore carcerario privato — GEO Group e CoreCivic — si muovono da tempo con la stessa logica: appalti, connessioni politiche e donazioni. GEO ha finanziato la campagna per la rielezione di Trump con oltre un milione di dollari, e ha definito i suoi piani sull’immigrazione “un’opportunità senza precedenti”. Le azioni delle due aziende sono schizzate in borsa subito dopo il voto.

Deployed ha seguito una strategia più sobria ma altrettanto efficace: niente donazioni ufficiali, ma un’attenta selezione di personale. Appena dopo la vittoria elettorale, sono entrati in azienda due alti dirigenti dell’ICE, Sean Ervin e Michael Meade.

A marzo, si è aggiunta Marlen Pineiro, ex quadro dirigente del servizio esecutivo federale. In pubblico si tengono riservati, ma su LinkedIn non mancano congratulazioni e commenti entusiasti: “Salpiamo”, ha scritto Pineiro nel suo post di benvenuto.

Nel frattempo, i fondatori dell’azienda si godono i frutti. Case milionarie in Florida, appartamenti di lusso, proprietà sulla spiaggia. Tutto legale, tutto trasparente. Ma il meccanismo che li ha arricchiti lascia molti interrogativi.

Un’indagine del GAO, l’organismo di controllo del Congresso, ha rivelato che in una delle strutture gestite da Deployed in Texas venivano pagati milioni per pasti mai serviti, con solo 30 persone detenute in uno spazio da 2.500 posti letto. In un’altra struttura, rimasta vuota per due anni, il personale recitava scene simulate di assistenza a bambini inesistenti, secondo testimonianze di ex dipendenti.

E poi c’è il lato più oscuro: una causa in corso presentata da un whistleblower accusa Deployed di non aver formato adeguatamente il personale per prevenire abusi sessuali su minori non accompagnati. L’azienda respinge le accuse, ma il caso è ancora aperto.

Il tutto accade mentre le strutture vengono riconvertite per trattenere non più i nuovi arrivati al confine, ma persone già presenti sul territorio, già inserite in comunità, spesso con legami familiari, lavoro e figli.

Secondo ex funzionari dell’ICE, trattenere chi è stato prelevato nelle città è molto diverso dal gestire migranti che si presentano spontaneamente alla frontiera. “C’è più paura, più rabbia, più tensione”, ha dichiarato un ex dirigente. E queste tende non sono nate per questo.

Sullo sfondo, la macchina dei contratti non si ferma. In un’America che taglia fondi a scuole e ospedali, il piano Trump prevede fino a 45 miliardi di dollari per la detenzione migratoria. E in quella corsa all’oro, Deployed Resources ha già montato la sua tenda.

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