Ogni giorno, centinaia di persone attraversano il confine tra Sudan e Ciad per sfuggire a una guerra che non accenna a fermarsi. I nuovi arrivati sono quasi sempre donne con bambini piccoli, molti dei quali nati in viaggio.
La maggior parte arriva dal Darfur, dove la violenza si è intensificata nelle ultime settimane. Attacchi aerei, villaggi incendiati, incursioni delle milizie paramilitari RSF e bombardamenti dell’esercito regolare sudanese stanno spingendo un numero crescente di civili a fuggire verso est.
In risposta all’emergenza, Medici Senza Frontiere ha allestito cliniche mobili nei pressi del confine, fornendo cure essenziali a chi arriva dopo giorni di cammino senza cibo né assistenza. Ma i bisogni sono enormi e crescono di giorno in giorno.
L’ultima ondata di profughi arriva dal Darfur, dove le milizie paramilitari RSF (Rapid Support Forces) si sono riorganizzate, dando il via a una nuova fase del conflitto. Secondo Amnesty International, ovunque passino le RSF lasciano villaggi incendiati, aiuti bloccati, stupri, saccheggi.
L’esercito regolare risponde con raid aerei indiscriminati: il 25 marzo, un attacco aereo sudanese ha colpito il villaggio di Toura, uccidendo 54 persone. Le RSF, presenti nell’area, si sono dileguate. A morire, come sempre, sono stati i civili.
Nel frattempo, nel Ciad orientale, il numero degli sfollati cresce di mese in mese. Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, i rifugiati sudanesi nel solo Ciad sono oltre 760.000, e altri 240.000 sono rientrati da altre zone del paese per cercare sicurezza.
I nuovi arrivi si concentrano nelle province di Sila, Ouaddaï e Wadi Fira, dove sono stati censiti 91 siti tra campi improvvisati, villaggi ospitanti e accampamenti spontanei. Il 69% dei rifugiati è costituito da bambini, l’88% da famiglie a guida femminile. Interi villaggi di donne con figli piccoli, spesso sole, senza risorse né assistenza.
Ma la vera emergenza, oggi, è un’altra: l’abbandono internazionale. Alla fine di febbraio, l’UNHCR aveva ricevuto solo il 14% dei 409 milioni di dollari richiesti per sostenere la risposta umanitaria in Ciad.

I tagli, in gran parte legati alla politica isolazionista americana e al ritiro dei fondi decisi durante l’amministrazione Trump, stanno avendo effetti devastanti: scuole chiuse, ospedali da campo smantellati, progetti di protezione per donne e bambini cancellati da un giorno all’altro.
Nel campo di Farchana, dove vivono migliaia di rifugiati, il reparto maternità ha chiuso, costringendo molte donne a partorire senza assistenza. In alcune zone, gli insegnanti lavorano gratis, aiutati da genitori che costruiscono capanne di fortuna per fare lezione.
Ma tutto è precario. Se i fondi non arrivano, oltre 155.000 bambini rischiano di rimanere senza istruzione nei prossimi mesi. Tra questi c’è Hawa, 18 anni, che sogna di diventare medico. Oggi non sa nemmeno se riuscirà a concludere la scuola.
Nel mese di febbraio 2025, più di 20.000 persone sono arrivate nei nuovi siti di Moundo e Kadamou, spinti dalla fame, dalla guerra e dalla mancanza di alternative. La maggior parte non vuole spostarsi: si sente più al sicuro lì che altrove, anche se mancano acqua, cibo e rifugi.
In molti casi, i motivi per restare non sono razionali: sono disperati. “Non abbiamo altro posto dove andare”, dicono. “Qui abbiamo almeno i nostri morti”.
A Farchana, una responsabile dell’UNHCR racconta: “I progetti per proteggere le donne dalla violenza sono crollati in un giorno. Dovevamo estenderli a 10 nuovi campi. Li abbiamo chiusi tutti. Ora, semplicemente, non possiamo più aiutare nessuno”.
Secondo l’Alto Commissario per i Rifugiati Filippo Grandi, i tagli sono “una crisi di responsabilità” e “il costo dell’inazione si misurerà in sofferenza, instabilità e futuri perduti”.
Non è una formula retorica: è la fotografia di un disastro che si consuma nel silenzio generale, mentre il mondo guarda altrove. Grandi visiterà il Ciad in questi giorni. Ma la visita, da sola, non salverà nessuno.



