In Italia ci sono più di un milione di bambini e adolescenti che, pur essendo nati o cresciuti nel Paese, non hanno la cittadinanza italiana. Parlano italiano, frequentano le nostre scuole, tifano per la Nazionale, ma sono considerati stranieri. È questa la fotografia impietosa che emerge dalla nuova ricerca Orizzonti condivisi, promossa dall’Istituto “S. Pio V” e realizzata dal Centro Studi IDOS.
Il tema è destinato a diventare di attualità politica nei prossimi mesi, in vista del referendum dell’8 e 9 giugno 2025, che propone di dimezzare da 10 a 5 anni il periodo minimo di residenza richiesto per ottenere la cittadinanza per naturalizzazione. Un passo avanti, ma ancora insufficiente per sanare quello che i ricercatori definiscono un “paradosso storico”.
La legge attualmente in vigore – la n. 91 del 1992 – è infatti più restrittiva della precedente del 1912, e impone percorsi lunghi e tortuosi: i minori possono ottenere la cittadinanza solo al compimento dei 18 anni, ma solo se sono residenti legalmente da sempre e se fanno richiesta entro un solo anno. Altrimenti, devono ricominciare tutto da capo.
Secondo i dati IDOS, nel quinquennio 2019-2023 solo 295.000 minorenni hanno ottenuto la cittadinanza italiana, su oltre un milione potenzialmente eleggibili. Nonostante il boom di naturalizzazioni registrato nel 2022 e 2023 (circa 214.000 all’anno, includendo anche gli adulti), la gran parte dei giovani continua a restare esclusa.

Eppure, i numeri raccontano un’altra storia. Al 2023, 1,3 milioni di minori residenti in Italia hanno un background migratorio e rappresentano oltre l’11% della popolazione minorile. La maggioranza è nata nel nostro Paese. La scuola italiana ne accoglie quasi un milione, e il 65% di loro è nato in Italia.
E non è solo una questione di numeri. È una questione identitaria. L’80% dei giovani stranieri cresciuti in Italia si sente anche italiano. Ma questo sentimento non è riconosciuto dallo Stato. Il mancato accesso alla cittadinanza comporta ostacoli nei percorsi di studio, nel lavoro, nella mobilità e nei diritti politici. Solo il 45% di questi giovani immagina un futuro in Italia. Un altro 34% sogna di vivere altrove, magari in Paesi dove l’identità non è condizionata dalla burocrazia.
La ricerca IDOS mostra che questi ragazzi e ragazze vivono una condizione di sospensione, tra un forte senso di appartenenza e una normativa che li respinge. Spesso costretti a muoversi tra due culture – quella d’origine e quella italiana – sono esposti a conflitti identitari, isolamento e frustrazione. Eppure, proprio la loro presenza potrebbe rappresentare una risorsa per un Paese che invecchia e si spopola. “Non è solo una questione di diritti – sottolineano i curatori Luca Di Sciullo e Antonio Ricci – ma una necessità per lo sviluppo del Paese”.
L’appello della ricerca è chiaro: serve un cambiamento. Riconoscere giuridicamente chi è già italiano di fatto, non solo rafforzerebbe la coesione sociale, ma contribuirebbe a rilanciare un’Italia più aperta, inclusiva e moderna. E offrirebbe alle nuove generazioni l’occasione di essere non ospiti, ma protagonisti della società in cui sono cresciuti.



