Leonardo e Rheinmetall: accordo difesa approvato, ma resta qualche ombra
DN-ECO-200125 – L’Autorità Antitrust tedesca ha approvato la nascita della joint venture tra Leonardo e Rheinmetall, finalizzata alla produzione di mezzi terrestri per l’Esercito italiano. Il presidente del Bundeskartellamt, Andreas Mundt, ha spiegato che la decisione è stata influenzata dal contesto geopolitico attuale, che sta generando grande fermento nell’industria della difesa. “Leonardo e Rheinmetall – ha dichiarato Mundt – sono due attori di primo piano nel settore. Tuttavia, non sono emerse problematiche di rilievo sul fronte della concorrenza, dato che le loro attività sono complementari e non presentano sovrapposizioni significative. Per questo motivo, il via libera è stato rapido.” Un altro elemento chiave della valutazione è stato il fatto che né Leonardo né Rheinmetall avrebbero potuto rispondere autonomamente alle richieste del Ministero della Difesa italiano. Come si legge nella nota dell’Antitrust, “Leonardo non dispone delle piattaforme per la costruzione di carri armati, mentre Rheinmetall non avrebbe potuto garantire che il 60% del valore aggiunto del lavoro fosse realizzato in Italia”, un requisito essenziale per gli appalti. La nuova società, denominata Leonardo Rheinmetall Military Vehicles, avrà la sede legale a Roma e l’operativa a La Spezia. Sul fronte finanziario, la notizia ha fatto segnare un rialzo dell’1,68% per il titolo Leonardo in Borsa, in controtendenza rispetto al calo dello 0,38% dell’indice Ftse Mib. Anche Rheinmetall ha registrato un aumento dello 0,98%, con il Dax tedesco in lieve crescita (+0,07%). Sebbene l’approvazione sia arrivata senza ostacoli, alcune potenziali problematiche potrebbero emergere nel tempo. La scelta di una joint venture italo-tedesca potrebbe sollevare interrogativi sulla reale autonomia industriale e strategica italiana nel settore della difesa, in un momento di crescente tensione geopolitica. Inoltre, il requisito del 60% di valore aggiunto in Italia potrebbe rivelarsi complesso da rispettare nel lungo termine, specialmente se la domanda per i prodotti della joint venture dovesse aumentare o diversificarsi. Infine, restano da chiarire i dettagli relativi alla governance della nuova società e al bilanciamento degli interessi nazionali dei due partner, che potrebbero entrare in conflitto in futuro. (Diogene Notizie)
Carburanti alle stelle: diesel più caro e rincari senza fine in Italia
DN-ITA-200125 – Il 2025 si è aperto con una brutta sorpresa per chi si mette al volante in Italia: il costo dei carburanti ha subito un deciso incremento. Dopo un 2024 caratterizzato da un calo dei prezzi, il nuovo anno ha invertito la tendenza, confermando le previsioni negative degli ultimi mesi. Si stima un aggravio medio di circa 36 euro l’anno per ogni automobilista, un peso significativo, soprattutto per i proprietari di veicoli diesel, che risultano i più penalizzati. Lo scorso martedì, 14 gennaio, le principali compagnie hanno rivisto al rialzo i prezzi raccomandati. La benzina ha raggiunto una media di 1,79 euro al litro, mentre il diesel si attesta a 1,70 euro al litro. Ma quali sono le cause di questo scenario? Secondo un’analisi del portale “Motor1.com”, il contesto appare complesso e preoccupante, con rincari che rappresentano un ulteriore colpo per le famiglie italiane, già alle prese con il caro vita che ha colpito anche i beni di prima necessità. Le ragioni di questa impennata dei prezzi sono da ricercare nell’andamento del mercato petrolifero globale. Il costo del greggio ha toccato i livelli più alti degli ultimi quattro anni: il Brent, riferimento europeo, oscilla tra gli 80 e gli 81 dollari al barile, mentre il WTI, benchmark americano, si trova tra i 78 e i 79 dollari al barile. Secondo Reuters, uno dei fattori principali è l’impatto delle nuove sanzioni imposte dagli Stati Uniti alla Russia, che hanno ridotto le forniture di greggio di circa 700.000 barili al giorno. Questo taglio potrebbe tradursi in ulteriori aumenti per diesel e benzina nel prossimo futuro. Oltre ai fattori geopolitici, un’altra causa cruciale è l’aumento delle accise previsto nei più recenti decreti. Queste imposte sui carburanti hanno penalizzato maggiormente il diesel, portandolo a un livello di prezzo più vicino a quello della benzina, come parte di un bilanciamento tra i due prodotti. Si tratta dei rincari più consistenti dall’agosto scorso, e il timore è che questa tendenza non si arresti nel breve termine. Gli automobilisti italiani, in particolare quelli che utilizzano veicoli a gasolio, si trovano così ad affrontare un momento particolarmente critico, con il rischio di nuovi rincari all’orizzonte. (Diogene Notizie)
Stop al Fondo per la povertà educativa: una grave perdita per il sociale italiano
DN-ITA-200125 – La mancata proroga del Fondo per il contrasto alla povertà educativa minorile, non inclusa nella Legge di bilancio 2025, rappresenta una battuta d’arresto significativa per il Terzo settore e le amministrazioni locali. Oltre alla perdita di risorse economiche, si rischia di compromettere un modello di lavoro collaborativo tra enti locali, scuole e organizzazioni sociali, sviluppato negli ultimi otto anni. Questo approccio ha permesso di affrontare in modo innovativo il tema della povertà educativa, costruendo reti solide e sperimentando nuove metodologie. Il Fondo ha finanziato interventi in aree spesso trascurate, come progetti per la prima infanzia o iniziative contro le disuguaglianze economiche e sociali. Grazie alla sinergia tra pubblico e privato, ha contribuito a rafforzare il ruolo delle comunità educanti come risposta collettiva ai bisogni dei minori. Tuttavia, l’assenza di una pianificazione strutturata per integrare i risultati ottenuti nei sistemi territoriali rischia di vanificare i progressi fatti. Il mancato rinnovo compromette anche la possibilità di ulteriori sperimentazioni e di consolidare pratiche efficaci già testate sul campo. In un contesto di risorse pubbliche limitate, il Fondo aveva garantito un sostegno specifico per contrastare la povertà educativa, offrendo una prospettiva di continuità e sviluppo per molte realtà locali. La sua interruzione rischia di disperdere non solo i finanziamenti, ma anche un patrimonio di esperienze e competenze indispensabili per affrontare le sfide educative del futuro. (Diogene Notizie)
Rapporto HCE: il sessismo in Francia tra polarizzazione e consapevolezza
DN-EST-200125 – In Francia si assiste a una crescente polarizzazione tra donne sempre più sensibili ai temi del femminismo e uomini che, specialmente tra i più giovani, mostrano inclinazioni verso idee definite “mascoliniste”. Questa tendenza emerge dal rapporto annuale dell’Alto Consiglio per l’Uguaglianza (HCE), pubblicato il 20 gennaio, che offre un quadro dettagliato sul sessismo nel Paese. Secondo il rapporto, il 60% dei francesi ritiene che sia difficile essere donna, una percezione che raggiunge l’86% tra le donne di età compresa tra i 25 e i 34 anni e il 66% tra i giovani uomini. Allo stesso tempo, il 45% degli uomini sotto i 35 anni, e un quarto della popolazione in generale, considera complicato essere uomo, un dato in crescita tra le generazioni più giovani. Questa dicotomia riflette un quadro complesso di tensioni e sensibilità sui ruoli di genere. Il processo Mazan, che ha visto la condanna di 50 uomini per lo stupro di Gisèle Pelicot, drogata dal marito, ha avuto un forte impatto sull’opinione pubblica, contribuendo ad aumentare la consapevolezza sulla responsabilità maschile nella lotta alla violenza sessuale. Per il 65% dei francesi, questa vicenda evidenzia come tutti gli uomini abbiano una certa responsabilità in materia di violenza di genere. Inoltre, il 90% della popolazione riconosce che gli uomini devono svolgere un ruolo attivo nella prevenzione e nel contrasto del sessismo. Le donne continuano a confrontarsi con il sessismo nella vita quotidiana: l’86% ha subito almeno un episodio sessista e nove su dieci hanno adottato strategie per evitarlo. Le disuguaglianze di genere si manifestano soprattutto nel mondo del lavoro (76%), nei trasporti pubblici e negli spazi urbani (71%), nella politica (70%), in ambito familiare (62%) e nei media (48%). Di fronte a questa realtà, il 75% dei francesi ritiene essenziale intensificare le iniziative contro il sessismo. Tra le proposte, nove persone su dieci supportano l’introduzione di programmi scolastici per educare alla sessualità e prevenire la violenza di genere. L’HCE raccomanda inoltre di sviluppare “bilanci sensibili al genere” per analizzare come vengono distribuite le risorse pubbliche tra uomini e donne a livello nazionale e locale, con l’obiettivo di adattare le politiche in modo più equo. Questo rapporto evidenzia una società divisa ma consapevole, con una crescente richiesta di azioni concrete per promuovere l’uguaglianza di genere e combattere il sessismo. (Diogene Notizie)
Telegram tra scandali e debiti: il 2025 sarà l’anno della svolta?
DN-EST-200125 – Telegram si trova sotto pressione in Francia, dove il suo fondatore, Pavel Durov, è stato incriminato nell’agosto 2024 con l’accusa di complicità in attività criminali. Durante un’udienza a dicembre, Durov ha ammesso la presenza crescente di gruppi coinvolti in attività illecite sulla piattaforma, riconoscendo le problematiche e promettendo interventi per affrontarle. Con quasi un miliardo di utenti globali, Telegram è al centro di polemiche che rischiano di compromettere la sua reputazione. I giudici francesi hanno identificato almeno quindici gruppi criminali attivi su Telegram, spazi che spaziano dalla criminalità minorile al traffico di droga. Durov, pur esprimendo rammarico, ha ribadito che Telegram non è stato creato per favorire attività criminali. Ha sottolineato che tali gruppi rappresentano una “frazione minima” degli scambi totali sulla piattaforma, evidenziando che ogni mese vengono rimossi tra 15 e 20 milioni di account sospetti e oltre 1-2 milioni di canali con contenuti problematici. Nonostante queste cifre, la moderazione resta una sfida cruciale. Telegram ha riconosciuto lacune significative nei suoi sistemi di rilevamento, soprattutto in Francia, dove il linguaggio gergale legato al traffico di droga ha spesso eluso i controlli algoritmici. Queste mancanze evidenziano le difficoltà della piattaforma nell’adattarsi a contesti locali specifici. Sotto la pressione delle autorità francesi, Telegram ha intensificato la sua cooperazione con le richieste legali, passando da appena 4 risposte nel primo trimestre del 2024 a 673 nell’ultimo. Questo cambio di atteggiamento è stato accolto positivamente dal presidente Emmanuel Macron, sebbene i magistrati rimangano scettici sull’efficacia delle misure adottate. Parallelamente, Telegram affronta una situazione economica delicata. Nonostante l’annuncio del suo primo utile netto alla fine del 2024, la società deve far fronte a un debito di 2 miliardi di dollari. Questo contesto finanziario potrebbe spiegare il tentativo di Durov di migliorare l’immagine della piattaforma, ammettendo che le attività illecite sono dannose non solo per la società, ma anche per il business stesso. A livello globale, Telegram dichiara di aver collaborato con le autorità fornendo informazioni su oltre 10.000 utenti sospetti nella prima metà del 2024. Tuttavia, questa cifra è ritenuta insufficiente rispetto al numero complessivo di utenti della piattaforma, che supera i 950 milioni. Il 2025 si preannuncia come un anno decisivo per Telegram. La piattaforma sarà chiamata a dimostrare che le promesse di Durov si tradurranno in azioni concrete, capaci di contrastare le attività illecite e di ristabilire un equilibrio tra libertà d’uso e responsabilità. La sua capacità di affrontare queste sfide sarà determinante per il futuro della messaggistica. (Diogene Notizie)
Air Senegal a rischio bancarotta: accuse di ricatto contro Carlyle
DN-EST-200125 – La direzione generale di Air Senegal lancia un drammatico allarme: senza un intervento dello Stato, la compagnia rischia il fallimento. Questo il messaggio riportato dal quotidiano L’Observateur il 20 gennaio, mentre il vettore nazionale affronta una grave crisi legata al rifiuto di Carlyle Aviation Partners di fornire i documenti necessari per la registrazione di quattro aeromobili a noleggio. Le registrazioni sono scadute il 18 gennaio e, nonostante le richieste avanzate in anticipo dall’Agenzia nazionale per l’aviazione civile e la meteorologia (Anacim), i documenti aggiornati non sono stati consegnati. Al centro della questione vi è un problema di deleghe: Carlyle continua a indicare Alioune Badara Fall come direttore generale di Air Senegal nei documenti ufficiali, ignorando la nomina di Tidiane Ndiaye, attuale direttore generale. Per rispettare le normative di Anacim, Air Senegal aveva inviato una richiesta formale a Carlyle già il 13 gennaio, sollecitando la consegna delle deleghe aggiornate per poter completare la registrazione. Tuttavia, Carlyle è rimasta in silenzio. Secondo quanto rivelato da L’Observateur, Carlyle avrebbe posto nuove condizioni all’attuale direzione di Air Senegal: la firma di una lettera di intenti per l’acquisto di quattro aerei del valore complessivo di 32 milioni di dollari (pari a oltre 20 miliardi di franchi CFA). Inoltre, la compagnia di leasing richiede un deposito immediato di 18 milioni di dollari (11,4 miliardi di franchi CFA) e il pagamento dei restanti 14 milioni entro il 31 maggio 2025. Da parte sua, Air Senegal considera queste richieste come un vero e proprio ricatto. Fonti interne alla compagnia hanno dichiarato che tali fondi non sono disponibili nelle casse del vettore nazionale, aggravando ulteriormente una situazione già critica. Gli avvocati di Air Senegal stanno valutando un’azione legale contro Carlyle per far fronte a quella che definiscono una condotta ostile e dannosa. L’attuale direzione accusa Carlyle di mettere in pericolo le operazioni della compagnia e di minare la sua capacità di rispettare gli obblighi contrattuali. Nel frattempo, il rischio di bancarotta per Air Senegal diventa sempre più concreto, in un contesto in cui l’intervento dello Stato potrebbe rappresentare l’unica soluzione per evitare il collasso del vettore nazionale. (Diogene Notizie)
Nord della Nigeria: l’esercito accusato di violenza indiscriminata
DN-EST-200125 – Il governatore dello Stato ha confermato di aver richiesto l’operazione militare in corso per neutralizzare gruppi di “banditi” attivi nella regione. Tuttavia, la Coalizione dei Gruppi del Nord (CNG), che rappresenta la società civile del nord della Nigeria, ha condannato duramente l’intervento, definendolo un esempio di “violenza indiscriminata” da parte delle forze armate nigeriane. Jamilu Aliyu, coordinatore nazionale della CNG, ha descritto una situazione drammatica: le comunità locali vivono sotto la costante minaccia di morte, sia per mano dei banditi sia a causa degli errori militari. Molti abitanti sono sfollati, privati dei mezzi di sussistenza e impossibilitati a coltivare le loro terre. La vulnerabilità li espone anche al rischio di rapimenti, compromettendo ulteriormente la loro sicurezza e stabilità. Le frequenti tragedie stanno erodendo la fiducia della popolazione verso l’esercito. Episodi come l’uccisione di dieci civili da parte di aerei militari a Natale, nello Stato di Sokoto, e il bombardamento che nel 2023 ha causato 85 vittime, principalmente donne e bambini, durante un raduno religioso a Kaduna, pesano come macigni sul rapporto tra civili e militari. L’ultimo attacco ha provocato la morte di almeno 16 membri delle milizie locali di autodifesa, fondamentali per la raccolta di informazioni sul campo. La ricercatrice Oluwole Ojewale ha evidenziato che la collaborazione tra civili ed esercito è cruciale per il successo delle operazioni, ma il timore di essere vittime degli stessi militari può spingere alcune persone verso la radicalizzazione, un fenomeno già osservato nei primi anni dell’insurrezione di Boko Haram nel nord-est. La lotta contro i gruppi armati nel nord-ovest della Nigeria è aggravata dalla natura mobile di queste bande e dai confini permeabili della regione. Questa complessità, unita alla crescente sfiducia verso le forze armate, rende sempre più difficile per i militari agire in modo efficace e ristabilire la sicurezza nella zona. (Diogene Notizie)
La minaccia dei Lakurawa: una sfida crescente per la sicurezza tra Nigeria e Niger
DN-EST-200125 – La regione di confine tra Nigeria e Niger è alle prese con un’escalation di insicurezza causata dall’ascesa del gruppo armato Lakurawa. Composto principalmente da militanti originari di Mali e Niger, il gruppo ha iniziato le sue attività nel nord-ovest della Nigeria, con particolare presenza negli stati di Sokoto e Kebbi, a partire dal 2018. Nato come forza di autodifesa su invito dei leader locali nelle aree di Gudu e Tangaza, nello stato di Sokoto, il gruppo aveva inizialmente l’obiettivo di contrastare i banditi provenienti dallo stato di Zamfara. Tuttavia, con il passare del tempo, i Lakurawa hanno assunto una connotazione più radicale, adottando rigide interpretazioni della legge islamica nelle comunità sotto il loro controllo e opponendosi apertamente alle autorità statali. Negli ultimi mesi, il gruppo ha intensificato le sue attività, approfittando della vulnerabilità dei confini tra Nigeria e Niger. La cessazione delle pattuglie congiunte tra i due paesi, conseguente al colpo di stato in Niger nel 2023, ha permesso ai Lakurawa di rafforzare il loro controllo sul territorio. Il gruppo si è reso responsabile di numerosi attacchi violenti. Uno degli episodi più gravi si è verificato a novembre 2024, quando un’incursione nel villaggio di Mera, nello stato di Kebbi, ha causato almeno 15 vittime. In reazione a questa minaccia crescente, l’esercito nigeriano ha avviato operazioni congiunte con le forze di Ciad, Niger e altri paesi della regione, impiegando anche mezzi aerei per contrastare le attività del gruppo. Il Generale Olufemi Oluyede, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, ha ribadito l’impegno delle autorità a smantellare i Lakurawa e rafforzare la sorveglianza dei confini per limitare ulteriori infiltrazioni. Nonostante gli interventi militari, la lotta contro i Lakurawa è resa difficile da vari fattori. La permeabilità dei confini, la scarsa coordinazione tra le forze di sicurezza e le gravi condizioni socioeconomiche delle regioni colpite rappresentano ostacoli significativi. Gli esperti sottolineano l’importanza di affrontare le cause profonde dell’instabilità, come la povertà e la disoccupazione, per ridurre l’attrattiva dei gruppi estremisti per i giovani. Inoltre, episodi come il tragico attacco aereo del 25 dicembre 2024, in cui almeno 10 civili sono stati uccisi per errore durante un’operazione contro i Lakurawa nello stato di Sokoto, mettono in luce i rischi associati agli interventi militari e la necessità di strategie più mirate ed efficaci. L’ascesa dei Lakurawa rappresenta una sfida complessa per la sicurezza nella regione del Sahel. Per affrontare efficacemente questa minaccia, è necessario un approccio integrato che combini azioni militari ben pianificate, cooperazione regionale e programmi socioeconomici mirati. Solo così sarà possibile stabilizzare l’area e contrastare l’espansione di gruppi armati estremisti. (Diogene Notizie)
Espulsioni record di migranti dall’Algeria al Niger nel 2024: un’emergenza umanitaria
DN-EST-200125 – Nel 2024, l’Algeria ha espulso almeno 31.404 migranti verso il Niger, segnando un nuovo record secondo quanto denunciato dall’ONG nigerina Alarme Phone Sahara (APS). L’organizzazione ha evidenziato le condizioni estremamente dure, e talvolta fatali, subite dai migranti durante queste operazioni. Questo flusso di rimpatri, che coinvolge persone provenienti non solo dal Niger ma anche da altri paesi africani, include donne e minori che transitano per l’Algeria nel loro tentativo di raggiungere l’Europa.
Secondo APS, il numero di espulsioni documentate nel 2024 supera di gran lunga quelle degli anni precedenti, come le 26.031 registrate nel 2023. Nei soli primi otto mesi del 2024, circa 20.000 persone sono state rimpatriate dall’Algeria al Niger. L’ONG denuncia che le espulsioni avvengono spesso in maniera brutale, con gravi rischi per la vita dei migranti, abbandonati al confine tra i due paesi in condizioni precarie. I migranti vengono catturati durante raid nelle città, nelle loro abitazioni, nei luoghi di lavoro o ai confini con la Tunisia, per poi essere trasferiti a Tamanrasset, nel sud dell’Algeria. Da lì, vengono trasportati in Niger a bordo di camion. A settembre 2024, Moctar Dan Yaye, portavoce di APS, ha descritto queste operazioni come una vera e propria “lotteria” per la sopravvivenza dei migranti. Anche la Libia, altro paese confinante, ha respinto migranti verso il Niger. Il 1° gennaio 2024, ad esempio, 770 nigerini espulsi dalla Libia sono stati accolti nel territorio nigerino sotto la supervisione dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) e delle forze di sicurezza locali. Le operazioni di espulsione hanno inasprito i rapporti tra i due paesi. Ad aprile, il Niger ha convocato l’ambasciatore algerino per protestare contro le modalità violente dei rimpatri. Algeri, dal canto suo, ha respinto le accuse, definendole infondate e convocando a sua volta il rappresentante diplomatico nigerino. Il quadro è ulteriormente complicato dalle recenti politiche del Niger. Nel novembre 2023, il governo militare insediatosi dopo un colpo di stato ha abrogato una legge del 2015 che criminalizzava il traffico di migranti. Questa decisione ha facilitato gli spostamenti lungo le rotte migratorie, permettendo a molte persone di viaggiare senza il timore di ritorsioni legali. Tuttavia, il cambiamento ha anche intensificato le pressioni sui paesi della regione, che faticano a gestire l’aumento dei flussi migratori. Le espulsioni di massa dall’Algeria al Niger mettono in luce una crisi umanitaria sempre più grave. Le condizioni violente e pericolose delle operazioni, unite alle tensioni diplomatiche tra i paesi coinvolti e all’instabilità regionale, richiedono interventi urgenti da parte della comunità internazionale per garantire il rispetto dei diritti umani e una gestione sostenibile dei flussi migratori. (Diogene Notizie)
Tahar Ben Jelloun critica la sinistra francese: cecità e pregiudizi contro il Marocco
DN-EST-200125 – Tahar Ben Jelloun, noto scrittore marocchino e voce autorevole nel panorama culturale internazionale, ha duramente criticato la sinistra francese, accusandola di ignoranza e pregiudizi nei confronti del Marocco. In un articolo pubblicato su Le360, Ben Jelloun analizza le radici storiche e politiche di questa posizione, evidenziando le contraddizioni e i limiti di una sinistra che, secondo lui, preferisce sostenere regimi repubblicani autoritari rispetto a una monarchia costituzionale come quella marocchina. Ben Jelloun ricorda come in passato la destra francese fosse descritta come “la più stupida d’Europa” per il suo conservatorismo. Tuttavia, riconosce che persino quella destra, guidata dai gollisti, aveva una certa coerenza e meritava rispetto. Oggi, invece, è la sinistra francese a guadagnarsi il “titolo di cecità e stupidità”, soprattutto per le sue prese di posizione sul mondo arabo e sul Maghreb. Un esempio emblematico è rappresentato dalle dichiarazioni dell’eurodeputata Rima Hassan, accusata dallo scrittore di diffondere luoghi comuni sul Maghreb e il mondo arabo. Ben Jelloun sottolinea che questa tendenza è radicata in un’antipatia storica della sinistra verso la monarchia marocchina, preferendo sostenere il regime algerino, nonostante il suo carattere totalitario e repressivo. Secondo Ben Jelloun, la sinistra francese, e in particolare il Partito Socialista e La France Insoumise (LFI), si è sempre schierata con l’Algeria sulla questione del Sahara occidentale. Questo atteggiamento sarebbe influenzato da un riflesso ideologico che privilegia le repubbliche, anche se oppressive, rispetto alle monarchie. A suo avviso, ciò spiega anche il mancato sostegno della sinistra allo scrittore Boualem Sansal, incarcerato dal regime algerino per aver ricordato le origini marocchine di parte dell’Algeria occidentale. Jean-Luc Mélenchon, leader di LFI, viene criticato per il suo calcolo politico, che punta a ottenere il voto delle comunità musulmane francesi sostenendo tacitamente il regime algerino. Ben Jelloun sottolinea che questa posizione non tiene conto del carattere bellicoso dell’Algeria, che mantiene rapporti conflittuali con diversi paesi, tra cui Marocco, Spagna e Mali. Nel suo articolo, Ben Jelloun ricorda come François Mitterrand, pur essendo un leader socialista, avesse sviluppato un rapporto di rispetto reciproco con il re Hassan II, riconoscendo la vitalità della monarchia marocchina rispetto alla rigidità del regime algerino. Tuttavia, questa apertura sembra essere scomparsa nella sinistra odierna, che continua a sostenere il Polisario e a opporsi a qualsiasi iniziativa di Macron in materia di politica estera. Ben Jelloun conclude con un invito al Marocco a intensificare i suoi sforzi diplomatici per far conoscere meglio le sue posizioni, soprattutto in un contesto in cui l’Algeria, secondo lo scrittore, reagisce alle sconfitte diplomatiche investendo in armamenti e preparando una possibile guerra contro il Marocco. Per Ben Jelloun, è fondamentale promuovere la cooperazione tra i due paesi per il bene dei rispettivi popoli, evitando un conflitto che porterebbe solo distruzione. (Diogene Notizie)


