Un’inchiesta del New York Times, a firma di Megha Rajagopalan, ha portato alla luce le condizioni disumane cui sono sottoposti i lavoratori delle piantagioni di zucchero del Maharashtra, in India.
Il reportage rivela come lo sfruttamento nelle piantagioni, tra cui schiavitù per debiti, lavoro minorile e isterectomie forzate su lavoratrici, sia radicato da decenni. Nonostante la legislazione indiana preveda tutele, i lavoratori sono costretti a lavorare in condizioni disumane, con salari minimi violati e nessun accesso a servizi sanitari di base.
Le donne subiscono operazioni chirurgiche non necessarie per evitare di assentarsi dal lavoro e mantenere alta la produttività.
Le indagini hanno rivelato che le stesse persone che dovrebbero tutelare i lavoratori sono anche quelle che beneficiano del loro sfruttamento. Numerosi dirigenti degli zuccherifici sono infatti politici influenti, molti dei quali occupano o hanno occupato cariche nel governo.
Il conflitto di interessi è evidente: figure come Sharad Pawar e altri influenti leader locali hanno stretti legami con l’industria dello zucchero, sia attraverso parentele che attraverso cariche ufficiali. Questo legame tra politica e industria impedisce l’applicazione delle leggi sul lavoro e ostacola ogni tentativo di riforma.
Nonostante numerose denunce, i politici locali continuano a minimizzare la gravità della situazione. Un esempio è dato dal rapporto del 2019 di Neelam Gorhe, legislatore statale, che documentava un preoccupante aumento delle isterectomie non necessarie tra le lavoratrici delle piantagioni.
Tuttavia, il governo ha ignorato il rapporto, non avviando alcuna indagine né introducendo misure per proteggere i lavoratori.

Il caso delle isterectomie forzate è solo la punta dell’iceberg. Molti lavoratori migranti, reclutati attraverso intermediari, si trovano intrappolati in un sistema di debiti che li costringe a tornare a lavorare ogni anno, vivendo in condizioni misere e senza accesso a servizi igienici o acqua potabile.
Nonostante queste condizioni, grandi multinazionali come Coca-Cola, PepsiCo e Unilever continuano ad acquistare zucchero da queste piantagioni, chiudendo un occhio sugli abusi. Queste aziende hanno dichiarato di voler esaminare gli abusi nelle loro filiere, ma non hanno fornito dettagli sulle misure adottate per risolvere il problema.
Il problema, però, non si limita alle grandi aziende occidentali. Anche le imprese indiane contribuiscono allo sfruttamento dei lavoratori. Il modello cooperativo nato dopo l’indipendenza indiana, che doveva garantire una distribuzione equa dei profitti tra i proprietari terrieri e i lavoratori, si è trasformato in un sistema che avvantaggia solo l’élite politica.
I lavoratori, esclusi dal sistema cooperativo, non ricevono né salari adeguati né benefit, e la disuguaglianza tra i dirigenti e i lavoratori è sempre più marcata.
Il governo del Maharashtra ha cercato di negare la portata degli abusi. Nei documenti presentati alla corte suprema dello stato, le autorità hanno affermato che non esiste un problema di schiavitù per debiti e che i lavoratori sono liberi di muoversi.
Tuttavia, le testimonianze raccolte nel reportage del New York Times dimostrano il contrario: i lavoratori sono intrappolati in un ciclo di debiti e sfruttamento, senza via d’uscita. La negazione del governo degli abusi, compreso il lavoro minorile, ha ulteriormente complicato la situazione.
Nonostante le prove documentate di abusi diffusi, il governo sembra riluttante a intervenire, e le grandi multinazionali non hanno ancora preso misure concrete per interrompere l’acquisto di zucchero da queste piantagioni.
Finché il sistema politico rimane legato a quello industriale, i lavoratori continueranno a subire condizioni disumane senza possibilità di riscatto.



