Il ruolo delle forze armate nella crisi climatica è un tema spesso sottovalutato, nonostante l’impatto significativo che le operazioni militari hanno sull’ambiente. Le attività militari, sia in tempo di guerra che di pace, consumano quantità enormi di combustibili fossili e rilasciano una vasta gamma di sostanze chimiche dannose nell’ecosistema.
Per esempio, una portaerei può consumare oltre 21.000 litri di carburante all’ora, mentre un aereo da combattimento può bruciare più di 5.600 litri in un’ora. Questi consumi sono solo una parte del problema, ma illustrano chiaramente quanto l’apparato militare possa essere energivoro.
Secondo uno studio del 2022 condotto dal Conflict and Environment Observatory in collaborazione con il Sierra Club, le forze armate statunitensi sono uno dei maggiori emettitori di gas serra al mondo, paragonabili a quelle di interi paesi come il Portogallo o la Svezia.
Questo studio ha rivelato che le emissioni annuali del Pentagono sono superiori a quelle di oltre 140 nazioni, e che solo nel 2019, l’esercito americano ha emesso circa 59 milioni di tonnellate di CO2. Questo dato sottolinea quanto sia cruciale includere le attività militari nel dibattito globale sulle emissioni.
L’impatto ambientale delle operazioni militari si estende ben oltre le emissioni di carbonio. Durante i conflitti, la distruzione di infrastrutture e habitat naturali è devastante.

La recente esplosione della diga di Kakhovka durante la guerra in Ucraina, ad esempio, ha causato l’allagamento di vaste aree, mettendo a rischio oltre 500.000 ettari di habitat protetti e numerose specie in pericolo. Questo tipo di danno è solo uno degli esempi più visibili degli effetti ambientali della guerra.
Anche in tempo di pace, i danni ambientali legati alle attività militari sono considerevoli. Le esercitazioni e il trasporto di attrezzature tra le basi richiedono enormi quantità di energia, contribuendo ulteriormente alle emissioni di gas serra.
Secondo un rapporto del 2023 del Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), le esercitazioni militari su larga scala condotte dalla NATO hanno generato emissioni equivalenti a quelle di milioni di auto in un solo anno.
Inoltre, la manutenzione delle infrastrutture militari spesso comporta l’uso di sostanze chimiche che possono contaminare l’ambiente circostante, con residui tossici che si accumulano nelle aree vicine alle basi.
La ricerca militare rappresenta un ulteriore aspetto preoccupante, poiché spesso sviluppa tecnologie con un impatto ambientale devastante. Gli esperimenti con armi nucleari, ad esempio, rilasciano isotopi radioattivi nell’ambiente, con effetti a lungo termine sulla salute umana e sugli ecosistemi.
Il rapporto del 2021 dell’ONU sul disarmo nucleare ha evidenziato che le aree dove sono stati condotti test nucleari mostrano ancora, a distanza di decenni, livelli di contaminazione che superano di gran lunga i limiti di sicurezza.
Un altro dato allarmante proviene da uno studio pubblicato nel 2023 su Nature Communications, che ha mostrato come l’aumento delle spese militari globali sia strettamente correlato all’incremento delle emissioni di gas serra.
Questo studio ha analizzato i dati di oltre 50 paesi e ha concluso che ogni aumento dell’1% nella spesa militare globale porta a un incremento dello 0,5% nelle emissioni di CO2, un effetto che amplifica la crisi climatica su scala globale.
La mancanza di un dibattito pubblico sulla “impronta climatica” delle forze armate è in parte dovuta alla scarsità di dati. Gli accordi internazionali sul clima, come il Protocollo di Kyoto e l’Accordo di Parigi, non obbligano gli stati a rendere pubbliche le emissioni dei loro eserciti, il che ha portato a una carenza di informazioni in questo settore.
Tuttavia, alcuni paesi come la Norvegia hanno iniziato a pubblicare questi dati senza comprometterne la sicurezza, dimostrando che una maggiore trasparenza è possibile.
Inoltre, la focalizzazione sulle responsabilità individuali nel contesto della crisi climatica ha distolto l’attenzione dall’impatto delle grandi istituzioni, come le forze armate.
Campagne di sensibilizzazione promosse dall’industria petrolifera, ad esempio, hanno enfatizzato l’importanza dei comportamenti individuali, ignorando il ruolo delle grandi entità istituzionali e militari.
È quindi fondamentale che il dibattito sulla crisi climatica includa anche l’impatto delle forze armate, per promuovere una maggiore consapevolezza e spingere per politiche più trasparenti e sostenibili. Solo riconoscendo il contributo delle attività militari all’emergenza climatica possiamo sperare di affrontare il problema in modo efficace e completo.



