Negli ultimi anni, migliaia di persone appartenenti alla minoranza yazida sono scomparse a seguito delle violenze perpetrate dallo Stato Islamico in Iraq e Siria. Molte sono state uccise, altre ridotte in schiavitù e trasferite in diverse aree del Medio Oriente.
Oggi, a distanza di oltre un decennio dall’inizio del genocidio yazida del 2014, circa 2.600 persone risultano ancora disperse, secondo la Free Yezidi Foundation. Il numero sale a 3.000 secondo le stime dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Uno studio afferma che 3.100 Yazidi sono stati uccisi e 6.800 rapiti solo nell’agosto 2014.
Senza un’entità ufficiale incaricata di rintracciare queste vittime, la loro ricerca è portata avanti da una rete informale composta da attivisti, sopravvissuti, investigatori indipendenti e familiari.
Questa rete opera attraverso contatti sul campo, analisi di fotografie e scambi di informazioni su canali di messaggistica, nella speranza di localizzare e liberare gli yazidi ancora in mano ai loro rapitori.
Un lavoro di identificazione tra immagini e segnalazioni
L’identificazione delle persone scomparse è un’attività complessa, che si basa sull’analisi di centinaia di fotografie ricevute dalle famiglie in cerca dei propri cari. A queste immagini si aggiungono quelle di donne e bambini pubblicate su forum e gruppi di scambio usati da reti criminali. Attraverso il confronto dei tratti somatici e di dettagli identificativi, gli attivisti cercano di stabilire connessioni e verificare l’identità delle persone ancora in prigionia.
Una delle figure impegnate in questo lavoro è Pari Ibrahim, direttrice della Free Yezidi Foundation, che da anni si dedica alla ricerca degli yazidi scomparsi. Le informazioni raccolte vengono spesso condivise con le famiglie delle vittime, che in alcuni casi riescono a organizzare operazioni di recupero tramite informatori e trafficanti.
La rete clandestina per il recupero degli yazidi
La ricerca delle persone scomparse si basa su una rete di contatti che opera in diversi paesi, tra cui Iraq, Siria, Germania e Australia. Tra coloro che collaborano attivamente vi sono ex prigionieri, membri della comunità yazida e persone che hanno costruito connessioni nel sottobosco criminale.
Alcuni di questi individui, come Abduallah Abbas Khalaf, hanno sviluppato strategie per infiltrarsi nei canali di comunicazione dello Stato Islamico. Khalaf, un apicoltore yazida, ha utilizzato la sua conoscenza dell’ambiente per raccogliere informazioni sui prigionieri e negoziare il loro rilascio.

Attraverso piattaforme di messaggistica come Telegram, i membri della rete si fingono militanti per accedere ai forum in cui vengono pubblicate foto di prigionieri destinati alla vendita.
Le trattative avvengono in modo discreto, con l’obiettivo di ottenere dati utili sulla posizione delle vittime. Screenshot di conversazioni tra trafficanti mostrano negoziazioni in cui donne e bambini yazidi vengono trattati come merce di scambio.
Schiavitù e traffico di esseri umani: la realtà post-Isis
Durante il dominio dello Stato Islamico, le donne yazide venivano vendute apertamente nei mercati degli schiavi. Con la caduta del califfato nel 2019, questa pratica si è spostata nelle reti clandestine, rendendo ancora più difficile il recupero delle vittime.
Oggi, secondo esperti come Devorah Margolin, ricercatrice del Washington Institute for Near East Policy, esistono ancora yazide schiavizzate nelle mani di gruppi affiliati all’Isis, mentre altre sono state vendute e trasferite in diversi paesi, tra cui Turchia, Gaza e Arabia Saudita.
Alcuni prigionieri yazidi sono stati rintracciati in campi sovraffollati come quello di Al Hol, nel nord-est della Siria, dove sono detenute migliaia di persone legate allo Stato Islamico. Qui, le ex prigioniere yazide convivono con le famiglie dei loro aguzzini, temendo di essere identificate e punite per aver tentato la fuga.
La difficoltà del ritorno a casa
Secondo la Nadia’s Initiative, circa 3.600 yazidi sono riusciti a tornare alle loro famiglie. Tuttavia, il reinserimento nella comunità non è privo di ostacoli. Molte donne che hanno dato alla luce figli dei loro rapitori temono di non essere accettate dalle loro famiglie. Altre, rapite in giovane età, hanno vissuto per anni con i loro carcerieri e faticano a riconoscere le proprie radici yazide.
In alcuni casi, le famiglie pagano intermediari per recuperare i loro cari. Sebbene la Free Yezidi Foundation non abbia rapporti diretti con i membri dell’Isis, alcuni attivisti indipendenti hanno ammesso di negoziare con trafficanti e combattenti per ottenere informazioni sui prigionieri.
Il genocidio yazida ha lasciato un’eredità di dolore e incertezza. Mentre le istituzioni internazionali faticano a mantenere attive le indagini sui crimini dell’Isis, la ricerca dei dispersi è affidata a una rete informale di attivisti e familiari.
Il recupero delle vittime rimane un’operazione complessa, ostacolata da traffici clandestini, confini permeabili e la mancanza di un impegno internazionale strutturato. Nel frattempo, per migliaia di yazidi scomparsi, il tempo scorre senza certezze sul loro destino.



