Vietnam, 30 aprile: la vittoria è lontana, la storia riscritta

Il 30 aprile di cinquant’anni fa, i carri armati nordvietnamiti sfondavano i cancelli del Palazzo dell’Indipendenza a Saigon.
Quel giorno, la guerra più controversa del Novecento arrivava alla sua fine: l’esercito americano si ritirava, il Vietnam del Sud crollava, e un popolo che aveva sfidato la potenza militare più grande del mondo proclamava la propria vittoria.

Per mezzo secolo, il 30 aprile è stato celebrato come il “Giorno della Liberazione del Sud e della Riunificazione Nazionale”, simbolo della resistenza popolare contro l’imperialismo. Oggi, però, il linguaggio cambia. A Ho Chi Minh City e ad Hanoi si preferisce parlare di “Giorno della Riunificazione”: una scelta di parole che dice molto più di quanto sembri.

Il Vietnam del 2025 è un paese molto diverso da quello del 1975.
Negli ultimi decenni, ha attirato la produzione di colossi globali come Nike, Adidas, Puma e Samsung. Le multinazionali americane ed europee, che ieri bombardavano Hanoi, oggi vi delocalizzano stabilimenti e linee produttive. Il Vietnam è diventato uno dei principali hub manifatturieri del mondo, primo esportatore di abbigliamento verso gli Stati Uniti, con oltre 16 miliardi di dollari di merci inviate ogni anno.

Eppure, sotto questa crescita, le ferite restano.
Il boom economico ha cambiato i centri urbani, ma ha lasciato dietro di sé vaste aree di povertà. Oggi quasi il 45% della popolazione rurale vietnamita vive in condizioni di forte vulnerabilità economica, e nelle città i salari minimi sfiorano appena i 150-200 dollari al mese. Molti degli operai che confezionano scarpe da ginnastica o assemblano smartphone per il mercato globale sopravvivono a fatica, stretti tra stipendi bassi e assenza di tutele.

“Vietnam factory” by stuartjaksharp is licensed under CC BY-NC-SA 2.0.

Non c’è tradimento nella storia recente del Vietnam.
Non sono i vietnamiti ad aver cambiato idea sulla propria dignità o sulla propria memoria. Sono semplicemente sopravvissuti, adattandosi al mondo come è diventato: un mondo in cui la coerenza ideale conta meno dell’accesso al mercato, e la libertà si misura più nelle possibilità economiche che nei sogni politici.

Anche gli Stati Uniti, del resto, sono cambiati.
Dalla realpolitik cinica di Nixon siamo passati al nazionalismo muscolare di Trump, e il paese che un tempo si proclamava paladino della libertà si è trasformato in un cliente tra tanti, pronto a colpire con dazi del 46% un partner come il Vietnam pur di proteggere il proprio mercato interno.
Se c’è una coerenza, è quella dell’arroganza.

Oggi il Vietnam smussa la retorica del passato per non disturbare gli equilibri commerciali. Preferisce parlare di “riunificazione” piuttosto che di “liberazione”.
Non è più il tempo degli slogan, né delle bandiere sventolate tra le rovine: è il tempo delle fabbriche, dei memorandum d’intesa, degli investimenti stranieri.

Il 30 aprile resta.
Resta nei racconti dei nonni, nelle immagini sbiadite dei documentari, nelle parate che sfileranno in questi giorni. Ma resta anche nella consapevolezza che la storia non ha sempre i vincitori che merita.
Il Vietnam ha vinto la guerra. Ma la pace, quella vera, quella promessa alle generazioni future, è ancora da conquistare.

E chi ha sconfitto l’imperialismo con le armi, oggi deve difendersi da un altro tipo di invasione: quella silenziosa, fatta di contratti, salari bassi e diseguaglianze crescenti.
Perché, cinquant’anni dopo, il mondo ha cambiato pelle. Ma le contraddizioni hanno imparato a sopravvivere meglio di chiunque altro.

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