L’eredità addomesticata del messaggio di Luther King

La desecretazione di oltre 230.000 pagine di documenti da parte dell’amministrazione statunitense, avvenuta nel luglio 2025, ha riacceso l’interesse pubblico sulla figura e sull’assassinio del Rev. Dr. Martin Luther King Jr. Si tratta della più imponente divulgazione di archivi sulla vicenda mai effettuata, un pacchetto sterminato di memo, cablogrammi, appunti dell’FBI e testimonianze, diffuso nel quadro dell’ordine esecutivo 14176 firmato da Donald Trump.

Tuttavia, a differenza delle aspettative di molti – e delle teorie cospirazioniste che da anni ruotano intorno alla morte di King – i documenti finora non hanno rivelato nulla di sensazionalmente nuovo né sull’identità dell’assassino né su presunti complotti.

Ma il valore di questa pubblicazione sta altrove: nel modo in cui ci costringe a guardare, una volta di più, alla costruzione e alla manipolazione dell’eredità di King nella memoria pubblica americana.

Durante la sua vita, Martin Luther King Jr. fu tutto fuorché unanimemente amato. Come ha ricordato sua figlia Bernice King, nel 1967 un sondaggio lo definiva uno degli uomini più odiati d’America. Eppure oggi il suo nome è celebrato in ogni angolo del Paese, evocato tanto dai liberal quanto dai conservatori, spesso in chiave opposta.

Una parte della destra ne cita frasi decontestualizzate – come la celebre espressione sul “contenuto del carattere” – per attaccare le politiche razziali contemporanee; una parte della sinistra, al contrario, ne esalta le posizioni più radicali contro la guerra in Vietnam o il capitalismo selvaggio, trasformandolo in un simbolo rivoluzionario. Ma entrambe le narrazioni, come ha sottolineato lo storico John Kirk, tendono a selezionare il King più utile alla propria agenda.

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È un fenomeno antico, che si è intensificato dopo la sua morte e che oggi trova una conferma nel contrasto tra la figura pubblica di King e il contenuto di molti dei documenti desecretati. Tra questi, emerge l’estensione della sorveglianza attuata nei suoi confronti dal direttore dell’FBI J. Edgar Hoover, che arrivò a definirlo “il nemico numero uno della sicurezza interna”. Il progetto COINTELPRO, operativo per anni, monitorò le sue mosse, intercettò le sue comunicazioni, raccolse dati sulla sua vita privata nel tentativo di minarne la credibilità pubblica.

Nonostante ciò, o forse proprio per questo, King è stato nel tempo oggetto di una vera e propria “guerra di appropriazione simbolica”. Da Ronald Reagan, che firmò controvoglia la legge per istituire il Martin Luther King Day sotto la pressione dell’opinione pubblica, fino a leader conservatori come Ron DeSantis e attivisti come Christopher Rufo, che brandiscono il King pacificato e moralmente rassicurante per attaccare le rivendicazioni razziali e progressiste contemporanee.

Ma King non era solo il profeta del “sogno” americano. Era anche un critico radicale dell’ordine economico e militare, un sostenitore della disobbedienza civile, un predicatore disposto a “mettere le persone profondamente a disagio”, come ha ricordato la storica Jeanne Theoharis. Difendeva i poveri, si opponeva alla guerra in Vietnam, e parlava apertamente di “una rivoluzione dei valori” per superare le tre grandi piaghe dell’America: razzismo, materialismo estremo e militarismo.

I documenti pubblicati non riscrivono la storia dell’assassinio. Ma servono da specchio, e forse da avvertimento, su quanto sia facile svuotare una figura politica della sua potenza reale, pur continuando a celebrarla. Il paradosso è che King è oggi unanimemente onorato, ma spesso depurato di ciò che più lo rendeva scomodo: la sua domanda di giustizia strutturale.

Il vero nodo che la desecretazione ci pone davanti non è “chi ha ucciso King?”, ma “chi ha addomesticato il suo messaggio?”. E cosa ne sarebbe oggi della politica americana se quella memoria, invece di essere semplificata o manipolata, fosse affrontata nella sua interezza, con tutte le sue contraddizioni e il suo potenziale ancora rivoluzionario.

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