Vent’anni e già fregati. Lavorano e restano poveri

Sono sempre quelli sotto accusa. Perché non parlano, perché non si alzano dal letto, perché passano ore davanti a uno schermo, perché non escono nemmeno se li prendi a cannonate. Poi, ogni tanto, qualcuno fa finta di stupirsi: ma come mai si chiudono in loro stessi? Forse perché tutto quello che gli offriamo è un lavoro da poveri. E se sei giovane, in Italia, la povertà non è un rischio: è la normalità.

Stiamo parlando di chi ha tra i 16 e i 29 anni. Non studenti fancazzisti o eterni adolescenti: lavoratori. Ragazzi e ragazze che timbrano, consegnano, servono ai tavoli, caricano camion, lavorano in smart working per aziende che manco li assumono. E nonostante tutto, sono il gruppo più a rischio povertà dell’intera popolazione occupata.

Secondo gli ultimi dati Eurostat, in Italia l’11,8% di loro guadagna così poco da restare sotto la soglia del 60% del reddito mediano nazionale. Parliamo di redditi che non consentono nemmeno di coprire le spese essenziali. Non c’è sicurezza, non c’è stabilità, non c’è futuro. E non si tratta solo di primi lavoretti, perché la media salariale in ingresso spesso si ferma sotto i 900 euro al mese, in condizioni di part-time involontario o contratti a tempo determinato che scadono prima ancora di aver capito cosa si sta facendo.

Chi non ha almeno una laurea parte già condannato: per chi ha solo la scuola dell’obbligo, il rischio di povertà lavorativa sale al 18%. Ma anche con un titolo universitario, la musica non cambia molto: quasi uno su 20 resta povero comunque. Il paradosso è che la società ti chiede di studiare, formarti, sacrificarti. E poi ti restituisce stipendi ridicoli, nessuna prospettiva e la colpa, per giunta, se non riesci a diventare adulto.

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Nel dibattito pubblico li chiamano “fragili”. Forse bisognerebbe dire “fregati”. Perché i numeri non mentono: nessuna generazione ha avuto un inizio peggiore di questa. Chi nasce oggi ha più probabilità di morire ricco di chi oggi ha vent’anni e lavora.

Le città universitarie, che dovrebbero essere l’anticamera dell’autonomia, sono inaccessibili: un affitto mangia anche il 70% di uno stipendio d’ingresso, sempre che si trovi una stanza. I bonus non bastano, le riforme del lavoro sono fatte da chi non ha mai dovuto scegliere tra una bolletta e un pasto, e le imprese si riempiono la bocca con “talenti” che pagano come stagisti a vita.

Nel frattempo, li prendiamo in giro con la retorica del “datti da fare”, “esci dalla comfort zone”, “non mollare”. Ma non c’è nessuna comfort zone per chi ha vent’anni e vive con 800 euro al mese. C’è solo ansia, frustrazione e rinuncia. Rinuncia a uscire di casa. Rinuncia a mettere su famiglia. Rinuncia persino a desiderare.

Non c’è bisogno di poesia, né di compassione. Serve dire le cose come stanno: questo paese ha scelto di rovinare il futuro a chi ha vent’anni oggi. E l’ha fatto scientemente, per anni, con tagli, precarietà, propaganda e zero responsabilità. Nessuno può più permettersi di far finta di niente. Perché se i ventenni non ce la fanno, non è un loro fallimento: è un crimine sociale che qualcuno ha firmato, approvato, votato e fatto passare in silenzio.