Mario Vargas Llosa è morto a 89 anni, nella sua Lima, nel silenzio privato che spesso accompagna gli ultimi atti delle grandi vite pubbliche. Premio Nobel per la Letteratura nel 2010, autore di capolavori come Conversazione nella Cattedrale, La città e i cani, La casa verde e La festa del caprone, La zia Julia e lo scribacchino, è stato uno degli ultimi romanzieri capaci di raccontare il potere con la precisione dello storico, l’occhio del moralista e la rabbia del ribelle.
Nella motivazione del Nobel si parlava della sua “cartografia delle strutture del potere”. Un’espressione perfetta: Vargas Llosa non ha mai fatto della letteratura un esercizio di stile, ma uno strumento per indagare la violenza, l’autoritarismo, la sopraffazione, anche nei suoi aspetti più invisibili, anche quando attraversano l’animo dell’uomo comune, l’istituzione scolastica, la famiglia, la burocrazia, il sesso.
Quello che colpisce nel suo percorso non è l’approdo finale a posizioni politiche liberiste, che gli hanno attirato il disprezzo di una parte della sinistra mondiale, quanto piuttosto il tipo di rottura che questo passaggio segnala.
È l’uomo che aveva creduto nella rivoluzione cubana, che aveva letto Sartre e vissuto Parigi con gli occhi dei ribelli latinoamericani, a scegliere di voltare le spalle ai miti ideologici della sua generazione. Ma il punto è proprio questo: non si è mai voltato dall’altra parte quando il potere diventava oppressione, qualunque fosse il suo colore.

Nel 1990 si candidò alla presidenza del Perù contro Alberto Fujimori. Vinse quest’ultimo, cavalcando i voti della sinistra, in odio a un Vargas Llosa già considerato troppo vicino alle posizioni del mercato e del liberalismo occidentale. È un paradosso che merita attenzione: la sinistra si consegnò, pur di punire un eretico interno, a un uomo — Fujimori — che sarà poi condannato per crimini contro l’umanità, tra cui sterilizzazioni forzate di centinaia di migliaia di donne indigene e omicidi extragiudiziali durante il conflitto interno.
Da allora, Vargas Llosa ruppe ogni illusione, e il suo percorso politico si spostò definitivamente a destra. Ma la sua opera letteraria non ne uscì inaridita: continuò a scrivere come un dissidente, a difendere il diritto del romanzo di mettere in discussione ogni ordine, ogni ideologia, ogni patria.
La domanda allora non è “perché Vargas Llosa è passato a destra?”. La domanda, più scomoda, è un’altra: cosa ha fatto la sinistra — non solo in Perù — per meritarsi la fedeltà di un intellettuale così potente, così lucido, così capace di difendere l’individuo contro la tribù? Non basta citare i suoi primi entusiasmi rivoluzionari, non basta ridurlo a un “traditore”. Vargas Llosa non ha mai smesso di essere un avversario del potere. Il problema, semmai, è che quando il potere si è travestito da giustizia sociale, ha riconosciuto in lui un nemico anziché un alleato critico.
Lui, intanto, continuava a scrivere. A ricordare che la letteratura non è un’educatrice né una complice, ma una voce stonata, imprevista, irriducibile. Che il romanzo non serve a sostenere una causa, ma a renderla più umana — e quindi discutibile. Che la verità della menzogna, come l’ha chiamata lui, è spesso più pericolosa di qualunque propaganda.
Se oggi è difficile trovare autori capaci di disturbare davvero, è anche perché il campo del pensiero critico è stato colonizzato da chi cerca adesione e non complessità. Vargas Llosa ha vissuto abbastanza a lungo da essere amato e odiato da entrambi gli schieramenti, ma sempre da una posizione che non ha mai smesso di essere letteraria. Non neutrale, non astratta. Letteraria. Che è forse l’ultimo luogo dove la libertà può ancora prendere parola senza chiedere permesso.


