Tredici minatori sono stati trovati morti, torturati e giustiziati a bruciapelo nella miniera d’oro di La Poderosa, nella regione peruviana di Pataz. Il ritrovamento è avvenuto il 4 maggio 2025, al termine di una settimana di sequestro da parte di bande criminali legate all’estrazione illegale di oro. La notizia ha scosso l’opinione pubblica nazionale e internazionale, ma per molti è solo l’ennesimo capitolo di una guerra silenziosa che il Perù sembra aver perso da tempo.
La presidente Dina Boluarte ha reagito annunciando una sospensione di 30 giorni delle attività minerarie nella zona e l’imposizione di un coprifuoco notturno di 12 ore. Ha promesso anche il dispiegamento delle forze armate per “prendere il controllo dell’area”. Tuttavia, nessun dettaglio operativo è stato reso noto, e la risposta delle autorità è già stata bollata da osservatori e analisti locali come tardiva, inefficace e in larga parte simbolica.
La Poderosa, l’azienda che gestisce la miniera teatro dell’orrore, ha dichiarato che i lavoratori assassinati erano impiegati da un’azienda appaltatrice. In un comunicato, l’azienda denuncia una spirale di violenza crescente a Pataz, nonostante la dichiarazione dello stato di emergenza vigente da oltre due anni e la presenza costante di un massiccio contingente di polizia. Nulla, tuttavia, è riuscito a contenere l’espansione del crimine organizzato legato all’oro.

Il Perù è il principale produttore di oro in America Latina, ma il settore legale è ormai assediato da una galassia di attività illegali che generano miliardi e corrompono interi territori. Secondo la Unità di Informazione Finanziaria del Paese, tra il 2014 e il 2024 l’estrazione illegale ha generato oltre 9 miliardi di dollari, rappresentando il 60% di tutto il denaro riciclato a livello nazionale. A fronte di questi numeri, l’apparato statale si mostra impotente.
La pandemia di Covid-19 ha accelerato ulteriormente la diffusione di miniere clandestine, spesso sotto il controllo di bande armate. In molte aree rurali, come La Libertad, l’autorità dello Stato è del tutto sostituita da quella delle organizzazioni criminali. Il picco del prezzo dell’oro — arrivato oggi a circa 3.500 dollari l’oncia — ha solo peggiorato la situazione, rendendo il metallo ancora più conteso e prezioso per i racket che lo estraggono e lo trafficano.
Con questo episodio, salgono a 39 i lavoratori artigianali uccisi da gruppi armati solo nella zona di Pataz. A dicembre, migliaia di cercatori d’oro hanno marciato su Lima per chiedere la proroga del REINFO, il registro dei minatori informali che li protegge temporaneamente da incriminazioni. Una misura pensata per la transizione verso la legalità, che però ha finito per diventare uno scudo per l’illegalità più aggressiva.
Il Perù si trova così stretto in una contraddizione tragica: da un lato la volontà dichiarata di combattere il crimine minerario, dall’altro una dipendenza economica e politica sempre più forte da un settore ormai dominato da interessi criminali. E quando i video degli omicidi circolano come messaggi mafiosi e le miniere diventano trincee, non basta più parlare di emergenza: si tratta di uno Stato che ha perso il controllo del proprio territorio.



