Ustica, familiari delle vittime contro il rischio archiviazione

A quasi 46 anni dalla strage di Ustica, il punto più amaro della vicenda è diventato anche il più paradossale: l’ultima inchiesta aperta dalla Procura di Roma non smentisce affatto lo scenario di guerra aerea attorno al DC-9 Itavia precipitato il 27 giugno 1980 con 81 persone a bordo.

Al contrario, secondo i familiari delle vittime e i parlamentari che li sostengono, le 450 pagine depositate dai pm confermerebbero proprio quella ricostruzione già fissata dalla sentenza-ordinanza del giudice Rosario Priore.

Eppure, nonostante questo, la Procura chiede l’archiviazione. Il motivo è semplice e insieme devastante: non si è arrivati a stabilire chi abbatté materialmente l’aereo civile.

È su questo snodo che si tiene oggi, 18 marzo, l’udienza davanti al gip di Roma. Daria Bonfietti, presidente dell’Associazione dei parenti delle vittime, ha annunciato che i familiari si opporranno alla richiesta di archiviazione, sostenendo che restino ancora piste e approfondimenti da compiere.

In particolare, l’associazione punta su alcuni elementi contenuti o richiamati nelle nuove carte: le informazioni arrivate dalla Nato, la possibile presenza della portaerei francese Foch nel Mediterraneo — presenza sempre negata da Parigi — e l’ipotesi di un’azione militare di aerei francesi e statunitensi di base a Grazzanise, seguita dai radar e dal comando Nato in Belgio.

La richiesta dei familiari, dunque, non è quella di riaprire da zero una storia già esplorata per decenni. È, piuttosto, l’idea che proprio l’ultima inchiesta abbia prodotto abbastanza materiale nuovo da rendere incomprensibile una chiusura adesso.

In questo senso Bonfietti insiste su un punto politico oltre che giudiziario: sarebbe inaccettabile, in un paese democratico, dover accettare che l’abbattimento di un aereo civile in tempo di pace venga riconosciuto come effetto di un episodio di guerra, senza però poter indicare chi ne fu responsabile.

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Il paradosso di Ustica, in fondo, è tutto qui. Da anni una parte importante della verità storica e giudiziaria sembra acquisita: il DC-9 non sarebbe precipitato per cedimento strutturale o per una bomba interna, ma dentro un contesto di combattimento aereo. Già il giudice Priore aveva scritto che il velivolo civile era rimasto coinvolto in uno scenario militare.

E oggi gli stessi familiari sostengono che le nuove carte della Procura confermino quella lettura, aggiungendo ulteriori indizi su presenze navali e movimenti militari nelle ore della strage. Ma proprio quando questo impianto sembra consolidarsi, l’assenza di collaborazione piena da parte di paesi alleati e di risposte definitive sugli esecutori materiali rischia di bloccare tutto.

A rendere ancora più delicato il quadro ci sono altri riferimenti emersi nel dibattito attorno all’udienza. Secondo i parlamentari del centrosinistra e le associazioni che hanno rilanciato l’appello “Ustica non si può archiviare”, nelle 450 pagine si farebbe riferimento anche al fatto che ambienti mafiosi palermitani sarebbero stati a conoscenza fin dall’inizio delle dinamiche dell’abbattimento.

Anche questo, secondo chi si oppone all’archiviazione, è un elemento che meriterebbe ulteriori verifiche e che suggerisce quanto la vicenda continui ad avere zone opache non del tutto esplorate.

Il punto, allora, non è solo se un giudice accoglierà o meno la richiesta della Procura. Il punto è che Ustica continua a mostrare una frattura profonda tra verità sostanziale e verità completa. La prima sembra ormai delineata: il DC-9 cadde in un contesto di guerra aerea. La seconda, invece, manca ancora: chi erano i piloti, quale forza armata agì, quale catena di comando coprì l’operazione, chi mentì dopo. È questa distanza, più di ogni altra cosa, a rendere il caso ancora aperto nella memoria pubblica italiana.

Per questo l’udienza del 18 marzo ha un valore che va oltre il rito giudiziario. Se il gip decidesse per l’archiviazione, si chiuderebbe formalmente l’ultima inchiesta senza che sia stato colmato quel vuoto sugli autori materiali.

Se invece accogliesse le richieste dei familiari, il fascicolo potrebbe restare aperto per cercare ancora risposte su quei punti che Bonfietti e i suoi legali considerano decisivi: il ruolo della Nato, la presenza della Foch, i movimenti aerei tra Grazzanise e il Tirreno, le omissioni degli “stati amici”.

In ogni caso, la questione che resta è sempre la stessa: quanta verità può dirsi davvero raggiunta, se manca ancora il nome di chi abbatté un aereo civile con 81 persone a bordo.

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