Usa, il giudice salva da Trump l’eolico e migliaia di posti

Negli Stati Uniti un giudice federale ha annullato l’ordine esecutivo con cui Donald Trump, il 20 gennaio, aveva bloccato quasi tutte le nuove concessioni e autorizzazioni per l’energia eolica su terre e acque federali. L’ha definito «arbitrario e capriccioso»: un modo giuridico per dire che non c’erano basi serie per fermare un intero settore con un colpo di penna.

L’ordine presidenziale aveva sospeso a tempo indeterminato nuovi leasing offshore e il rilascio di permessi per i parchi eolici, lasciando invece intatti gli spazi per petrolio e gas.

A impugnarlo è stata una coalizione di 17 Stati più Washington D.C., guidata dalla procuratrice generale di New York, insieme al Massachusetts e agli altri territori che negli ultimi anni hanno investito cifre consistenti sull’eolico in mare, infrastrutture portuali, reti di trasmissione.

La giudice Patti Saris ha dato loro ragione: il governo federale non aveva spiegato perché fosse necessario un blocco totale né aveva tenuto conto degli investimenti già fatti da Stati e imprese.

Dietro questa vicenda c’è una fotografia molto concreta dell’economia americana. L’eolico è oggi la principale fonte rinnovabile del Paese: fornisce intorno al 10% dell’elettricità e rappresenta circa il 12% della capacità installata, con punte di un quarto della produzione in alcuni Stati del Midwest.

Negli ultimi anni è stato anche uno dei motori occupazionali della transizione: secondo i dati federali, nel 2023 il settore eolico ha superato i 130 mila addetti diretti, con una crescita di quasi il 5% in un solo anno, e l’industria del vento nel suo complesso sostiene oltre 250 mila posti tra costruzioni, manutenzione, logistica, manifattura di pale e torri.

Bloccare le autorizzazioni non significa quindi solo rallentare gli obiettivi climatici, ma mettere in discussione miliardi di dollari di investimenti programmati, cantieri già avviati, ordini per acciaierie, cantieri navali, aziende di componentistica.

Alcuni dei progetti congelati dall’ordine presidenziale – come i grandi parchi offshore davanti alle coste di New York e del New England – valgono da soli diversi miliardi e prevedono centinaia di posti di lavoro diretti in cantiere e lungo la filiera.

La sentenza del Massachusetts dice chiaramente che questo non può essere trattato come un semplice spostamento di priorità politiche: se per anni il governo federale ha incoraggiato gli Stati a puntare sull’eolico, se territori e imprese hanno costruito porti, fabbriche e formazione sulla base di quelle regole, non è legittimo sospendere tutto dall’oggi al domani senza una motivazione solida e senza valutare l’impatto su economie locali e lavoratori.

È proprio il richiamo agli “interessi affidati” di Stati e sviluppatori – cioè alle persone e alle risorse già impegnate – a pesare nella decisione.

Per chi guarda da fuori, la vicenda è un promemoria utile: la transizione energetica non è un tema astratto da conferenze sul clima, ma una vertenza molto concreta su dove vanno gli investimenti, quali lavori si creano e quali si perdono, chi paga le bollette.

E allo stesso tempo mostra quanto sia fragile, se affidata a ordini presidenziali reversibili, la posizione di decine di migliaia di lavoratori che oggi vivono in settori “verdi”: basta un memorandum per trasformare una promessa di futuro in un cantiere fermo. In questo caso un giudice ha rimesso in moto la macchina.

Ma il messaggio è chiaro: decidere se costruire o bloccare un parco eolico significa decidere, molto concretamente, su lavoro, salute e reddito di intere comunità.

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