C’è qualcosa di teneramente grottesco — quasi surreale — nel leggere che cinque dei più ricchi uomini del pianeta hanno deciso di combattere la povertà americana con un impegno economico che, per loro, equivale all’arrotondamento di un bonifico. Un gesto filantropico, si intende, annunciato con tutti i crismi della serietà mediatica: Forbes, titoli altisonanti, dichiarazioni commosse, storytelling motivazionale. Il solito copione.
Bill Gates, Steve Ballmer, Charles Koch, Scott Cook e John Overdeck — patrimonio complessivo stimato oltre 330 miliardi di dollari — hanno dato vita a NextLadder Ventures, un fondo filantropico da un miliardo (uno, sì) che si propone di combattere la “crisi della mobilità economica” negli Stati Uniti. Un problema strutturale, profondo, sistemico. Ma da affrontare, pare, con lo 0,3% del loro patrimonio cumulativo.
L’idea di fondo — in tutti i sensi — è che la tecnologia, e in particolare l’intelligenza artificiale, possa essere la leva per “aiutare gli americani a basso reddito a superare gli ostacoli economici”. Una frase che suona bene in presentazione PowerPoint e malissimo nella realtà concreta. Anche perché, va detto, quegli stessi miliardari non sono spettatori neutri della storia economica americana: ne sono stati — e sono tuttora — protagonisti e beneficiari diretti.
I ricchi ci salveranno dai danni del capitalismo. Il loro.
Quella raccontata da Forbes è una narrazione rassicurante: l’élite si prende cura del mondo. Uomini d’affari che, dopo aver costruito imperi, decidono di restituire qualcosa. Ma la verità — sotto il lucido involucro della filantropia hi-tech — è molto meno edificante.
Prendiamo Charles Koch, che in un tripudio di autocoscienza scrive che “l’America è a rischio di diventare una società a due livelli”. Parla lo stesso Koch che, con la sua rete di lobbying, ha spinto per decenni tagli alle tasse per i più ricchi, deregolamentazioni ambientali e privatizzazioni dell’istruzione. E ora, con un fondo filantropico, ci spiega come aiuterà chi è rimasto “indietro”.
Oppure Steve Ballmer, che con la sua sterminata fortuna accumulata in Microsoft (dove ha guidato anche licenziamenti di massa) promette di “investire nella mobilità sociale” delle famiglie fragili. O ancora Gates, paladino della sanità globale, ma anche uomo che ha contribuito a trasformare l’accesso alla tecnologia — e alla conoscenza — in un modello a pagamento.
Cosa c’è di più cinico dell’idea che chi ha contribuito a costruire un sistema diseguale possa ora aggiustarlo con una piccola donazione? È come se un piromane arrivasse con un bicchiere d’acqua a spegnere l’incendio che ha appiccato.

Tecnologia e carità: un sogno troppo comodo
NextLadder Ventures vuole finanziare tecnologie “che migliorino la traiettoria finanziaria” degli americani a basso reddito. E ci riuscirà, pare, tramite l’uso etico dell’intelligenza artificiale, con il supporto tecnico gratuito del colosso Anthropic. Sembra la trama di una serie distopica: mentre AI e automazione rendono instabile il mercato del lavoro, le stesse AI dovrebbero salvarci dalla povertà che in parte hanno generato.
Nel frattempo, le aziende su cui i filantropi investono sono un’ironica fotografia di questa confusione morale. CarePortal, ad esempio, collega famiglie in difficoltà a chiese locali per ricevere aiuto: è la sussidiarietà secondo Silicon Valley. Rasa-Legal invece consente a prezzi contenuti di “pulire la fedina penale” — un’iniziativa utile, certo, ma sintomo di un sistema giudiziario classista dove l’accesso alla giustizia è già un privilegio.
La povertà, in questo immaginario, non è causata da salari bassi, lavoro precario o sistema sanitario a pagamento, ma da una mancanza di “efficienza di sistema”. E quindi, la soluzione non è redistribuire la ricchezza, ma ottimizzare il disagio. A colpi di app.
La filantropia come branding
In fondo, la filantropia dei super-ricchi non è mai solo beneficenza: è anche una forma sofisticata di gestione reputazionale. Investire in mobilità sociale, proprio mentre l’opinione pubblica comincia a mettere in discussione l’esistenza stessa dei miliardari, è un modo per dire: “Guardate, non siamo il problema. Siamo la soluzione”.
Eppure, la povertà americana è tutt’altro che un incidente. È il prodotto diretto di decenni di politiche pensate per massimizzare i profitti privati e comprimere il welfare pubblico. Di un mercato della casa fuori controllo, di un sistema sanitario che indebiterebbe anche Rockefeller, di un’istruzione universitaria che impone mutui trentennali. Tutti ambiti in cui, curiosamente, la carità miliardaria interviene solo dopo che i danni sono stati fatti.
Più redistribuzione, meno storytelling
L’iniziativa di NextLadder durerà 15 anni. Tempo in cui, si spera, anche il discorso pubblico avrà fatto un salto di qualità. Perché la domanda non è più quanto donano i miliardari, ma quanto non pagano in tasse. Non quanto investono in mobilità economica, ma quanto contribuiscono a mantenerla rigida. Non quante app finanziano per aiutare i poveri, ma quanto hanno ostacolato le leggi che potevano impedirne la proliferazione.
Certo, un miliardo è sempre meglio di niente. Ma quando a donarlo sono gli stessi che hanno moltiplicato per cento la propria ricchezza negli ultimi vent’anni, il gesto appare più come una mancia che come un piano di giustizia sociale.
E se è vero che la scala sociale è rotta, forse prima di costruire una nuova “NextLadder”, servirebbe smettere di affittarla.



