Cosa succede quando il barone del capitalismo da discount, l’uomo che ha reinventato la catena di montaggio rendendola ancora più disumana, decide di sposarsi? Succede che si autoinvita nella città più fragile e preziosa d’Europa e si mette a giocare al Doge del terzo millennio.
Jeff Bezos ha scelto Venezia come teatro delle sue nozze miliardarie: tre giorni di lusso, yacht da 500 milioni, invitati stellari e location da sogno. Tutto questo mentre i veneziani arrancano tra affitti impossibili, spopolamento, acqua alta e una città venduta a pezzi come souvenir di plastica.
Bezos — l’ex libraio diventato zar del lavoro a tempo, dell’algoritmo spietato, del magazzino h24 — si presenta con la sua amata Lauren Sánchez e pretende silenzio, rispetto, magari pure un inchino. Ma a noi, con tutto il rispetto, viene solo da ridere. Sperando che la risata se propio non lo seppellisca almeno lo butti in mare.
Quest’uomo ha costruito un impero sfruttando fino all’osso ogni secondo del lavoro umano, facendo dell’automazione e del controllo totale una nuova forma di schiavitù legalizzata. Nessuna pausa, nessun sindacato, niente dignità. Hai 45 secondi per impacchettare la felicità di qualcun altro — e intanto Bezos sorride dallo spazio, col suo razzo che sembra una parodia di Freud. Ora eccolo qua, che scende dall’astronave per colonizzare Venezia come se fosse una sala VIP di Amazon Prime.
Le proteste dei veneziani? Sacrosante. “No space for Bezos”, gridano. Ma il nostro Jeff lo spazio lo prende eccome: i canali, le isole, le ville, la stampa compiacente. E se Venezia affonda, tanto meglio: magari potrà usarla per testare un nuovo servizio di consegne subacquee.
C’è solo una cosa che ci consola in tutto questo teatrino grottesco: l’immagine di Bezos, impettito sul suo megayacht, che in un’improvvisa marea si ribalta e resta incastrato tra le fondamenta di San Marco. Altro che Mose: usiamolo come diga umana contro l’acqua alta. Un miracolo all’incontrario. D’altronde, lui si crede già il padreterno ed è solo il magazziniere più ricco del mondo.
Non si tratta solo di un matrimonio kitsch: è il simbolo arrogante di un mondo che calpesta tutto ciò che è umano, lento, fragile, vero. Venezia non è un luna park per miliardari in cerca di folklore. È una città che muore ogni giorno un po’ di più proprio a causa di chi la tratta come un fondale Instagram per il proprio ego.


