UK, Reeves come Il Padrino: pressione sui fondi pensione

Nel Regno Unito è scoppiato un caso politico ed economico che, visto dall’Italia, dovrebbe farci riflettere. Rachel Reeves, cancelliera dello Scacchiere britannico, è stata paragonata a Vito Corleone — il leggendario boss del film Il Padrino — per il suo approccio nel convincere (o costringere?) i fondi pensione a investire in asset nazionali. Un’“offerta che non si può rifiutare”, dicono con ironia — ma non troppa — gli esperti del settore.

Il paragone mafioso, apparentemente colorito, fotografa una tensione reale: quando lo Stato cerca di usare i soldi dei risparmiatori per scopi politici, quanto resta dell’autonomia finanziaria e della tutela dei cittadini?

Un piano “patriottico”, ma obbligato
Il progetto del Tesoro britannico è ambizioso: convogliare almeno il 10% dei capitali dei maggiori fondi pensione aziendali in investimenti più rischiosi ma “utili”, come startup e infrastrutture. Di questo 10%, almeno la metà dovrà restare nel Regno Unito. Un’iniezione stimata di 25 miliardi di sterline nell’economia domestica entro il 2030.

Il governo lo presenta come un rilancio del capitalismo nazionale. Ma il problema non è il “cosa”, bensì il “come”. Secondo fonti interne, Reeves avrebbe fatto capire che se i fondi non si piegano volontariamente, la politica sarà pronta a intervenire con la forza della legge. E questo ha fatto saltare i nervi a molti.

Tom Selby, direttore delle politiche pubbliche della piattaforma AJ Bell, ha detto che l’approccio “ha qualcosa di Vito Corleone”. Amanda Blanc, CEO di Aviva, ha parlato di “un martello pneumatico per rompere una noce”, mentre Scottish Widows si è tirata indietro del tutto.Il nodo centrale è uno: i soldi dei fondi pensione non appartengono al governo, ma ai cittadini. I fiduciari dei fondi hanno un obbligo legale: agire nel miglior interesse degli iscritti. Intervenire con pressioni politiche o indirizzi obbligatori, anche se per fini economici “nazionali”, rischia di violare quel principio.

Selby ha scritto apertamente che “una spada di Damocle pende su ogni fondo pensione” e ha chiesto almeno garanzie fiscali in cambio: se lo Stato vuole usare quei soldi, deve promettere di non cambiare in corsa le regole del gioco.

“Rachel Reeves MP” by Policy Exchange is licensed under CC BY 2.0.

E se succedesse in Italia?
Fin qui, la questione sembra tutta britannica. Ma davvero in Italia possiamo sentirci al riparo?

Nel nostro Paese, i fondi pensione negoziali e aperti rappresentano una fetta crescente del sistema previdenziale. Sebbene non ci siano pressioni esplicite come quelle di Reeves, la tentazione di usare il risparmio privato per fini pubblici non è affatto nuova.

Più volte, da governi di segno diverso, sono emerse proposte per: convogliare capitali dei fondi pensione verso titoli di Stato o progetti infrastrutturali nazionali; creare fondi sovrani pubblici alimentati con risorse private; oppure favorire fiscalmente chi investe “in patria”, anche nella previdenza.

Il dibattito si riaccende regolarmente anche attorno ai criteri ESG (ambientali, sociali, di governance). Alcune forze politiche criticano gli investimenti “green” o “socialmente responsabili” perché ritenuti ideologici o inefficienti. Non siamo lontani dalla linea di Reform UK, il partito britannico che dopo aver vinto diversi comuni ha promesso di togliere i vincoli ambientali dai fondi pensione pubblici locali.

Il confine tra politica economica e appropriazione
Il problema, sia in Italia che in Regno Unito, è sempre lo stesso: dove finisce la strategia di politica economica e dove comincia l’appropriazione del risparmio altrui?

I fondi pensione sono costruiti sul patto di lungo periodo tra lavoratori e sistema previdenziale. Se questo patto viene incrinato da pressioni politiche, si apre una crepa difficile da ricucire. Oggi potrebbe essere un investimento in infrastrutture, domani in aziende “amiche”, dopodomani in una campagna elettorale mascherata da piano industriale.

Una “proposta che non puoi rifiutare” è sempre un problema
Il paragone con Il Padrino fa sorridere, ma lascia un fondo di verità amara: quando il potere esecutivo usa leve indirette per “convincere” chi gestisce miliardi in nome dei cittadini, la linea tra proposta e imposizione diventa sottile. E pericolosa.

In Italia, come nel Regno Unito, l’autonomia dei fondi pensione e la trasparenza sulle loro strategie devono restare intoccabili. Usare il risparmio previdenziale per coprire le falle dello Stato o rilanciare l’economia nazionale può essere anche giustificabile, ma solo con il consenso, le garanzie e l’equilibrio che una democrazia matura dovrebbe pretendere.

Altrimenti, rischiamo davvero che la prossima riforma previdenziale arrivi con una rosa sul tavolo e una frase sussurrata: “ti faccio un’offerta che non puoi rifiutare”.

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