Nel cuore delle città tunisine, alle prime luci dell’alba, si muove un esercito silenzioso di uomini, donne e anche bambini. Spingono carretti logori, trascinano sacchi colmi e rovistano nei cassonetti quando ancora le strade sono vuote e il traffico non ha iniziato a inghiottire la giornata.
Sono i barbechas, termine che in arabo tunisino significa letteralmente “rovistatori”. Ma ridurre la loro esistenza a un’etichetta sarebbe un errore: dietro ogni carretta c’è una storia di povertà, di esclusione, di resilienza.
Nati come fenomeno marginale, i barbechas sono ormai parte integrante del paesaggio urbano e sociale tunisino. A loro si deve gran parte della raccolta informale di plastica, vetro, metalli e cartone. Vivono ai margini, ma svolgono una funzione essenziale: danno respiro al sistema di gestione dei rifiuti, sempre più in crisi, e sostengono un’economia circolare basata sul recupero.
Tuttavia, la loro esistenza resta fuori da ogni riconoscimento formale, priva di tutele, e spesso osteggiata dalla stessa società che beneficia del loro lavoro.
Il loro giorno inizia prima dell’alba. Alle quattro del mattino sono già in strada, perché il tempo è tutto: bisogna arrivare prima degli operatori ufficiali, prima che la concorrenza svuoti i cassonetti. Camminano per ore, spingendo carrelli costruiti con materiali di scarto, spesso accompagnati dai figli piccoli.
Raccolgono ciò che può essere rivenduto: bottiglie in PET, lattine, cartoni, cavi elettrici, rottami metallici. Il tutto viene poi consegnato nei centri di raccolta informali, dove il compenso è calcolato al chilo. La plastica è tra i materiali più comuni, ma rende pochissimo: meno di venti centesimi di euro al chilo.
Il guadagno giornaliero è incerto, legato alla quantità e alla qualità del materiale trovato. Nella migliore delle ipotesi può arrivare a garantire un pasto caldo e qualche dinaro per pagare affitto e bollette. Ma più spesso si resta sotto la soglia di sussistenza.
A praticare questo lavoro non sono solo disoccupati di lungo corso o senzatetto: la crisi economica ha allargato la platea dei barbechas anche a operai in cassa integrazione, pensionati, donne delle pulizie che non riescono più a sopravvivere con un solo impiego. È un mestiere di frontiera, al tempo stesso residuale e strutturale.
Il rischio fa parte della routine. I barbechas si muovono senza guanti, senza mascherine, senza alcun tipo di protezione. Frugano tra rifiuti che possono contenere vetri rotti, siringhe usate, materiali contaminati. Le infezioni sono frequenti. Gli infortuni sono comuni.

Ma non esistono coperture sanitarie, né assicurazioni, né diritti riconosciuti. Chi si fa male deve cavarsela da solo. Chi si ammala spesso non si cura. E chi cade in difficoltà è sostituibile: il bisogno sociale è tale che la fila di chi è disposto a raccogliere spazzatura è sempre più lunga.
Negli ultimi anni il fenomeno ha assunto anche una dimensione politica e sociale più ampia. L’aumento della presenza di migranti subsahariani in Tunisia ha reso ancora più competitivo e teso il settore. Molti di loro, in attesa di poter proseguire il viaggio verso l’Europa, si uniscono alla raccolta dei rifiuti per sopravvivere.
Questo ha generato frizioni con i barbechas tunisini, che li vedono come una concorrenza sleale in un mercato già fragile. In alcuni centri di raccolta, ai migranti viene addirittura rifiutato il conferimento del materiale, in un clima di crescente ostilità alimentato anche dalla retorica governativa sulla minaccia demografica rappresentata dalla presenza africana.
La realtà, però, è che il problema non è solo l’immigrazione. È il contesto socioeconomico a essere collassato. La Tunisia, piegata da anni di stagnazione, instabilità politica e mancanza di investimenti, sta vivendo un aumento costante del costo della vita, una crescita della disoccupazione e un deterioramento delle condizioni minime di sopravvivenza.
In questo scenario, la raccolta dei rifiuti è diventata per molti l’unico modo per restare a galla. Non si tratta più di una scelta marginale, ma di un adattamento forzato alle condizioni sistemiche di povertà diffusa.
Nonostante tutto, qualcosa si muove. In alcune aree di Tunisi sono nate micro-cooperative di barbechas che cercano di auto-organizzarsi. Alcune organizzazioni non governative provano a fornire guanti, stivali, corsi di formazione. Ci sono progetti pilota per la creazione di centri di raccolta solidali, con pesatura trasparente, pagamenti equi e spazi di riposo.
Sono iniziative ancora isolate, ma dimostrano che un altro modello è possibile. Un modello che riconosca dignità a chi lavora, che lo tolga dall’illegalità e dalla precarietà estrema, e che valorizzi la funzione ambientale e sociale svolta da questa categoria invisibile.
I barbechas non sono una piaga da eliminare, ma una realtà da comprendere. Sono il sintomo evidente di una crisi profonda, ma anche la prova che la società tunisina, nella sua marginalità, è ancora capace di produrre forme di resilienza e di adattamento.
Renderli visibili, ascoltarli, costruire per loro diritti minimi e prospettive di emancipazione dovrebbe essere una priorità. Perché nessuna città può dirsi moderna e giusta se si regge sulle spalle di chi è costretto a rovistare tra i rifiuti per vivere.


