Trump colpisce i deboli, ma i Dem Usa parlano di Biden

Mentre Donald Trump è tornato alla Casa Bianca e procede a colpi di decreti, tagli e retorica muscolare, il Partito Democratico americano appare paralizzato da una crisi di identità. A mesi dalla sconfitta elettorale, invece di reagire e costruire un’alternativa credibile, i Dem continuano a guardarsi indietro. Ancora polemiche su Joe Biden, sulla sua salute, sulle responsabilità del suo staff, sull’errore — evidente ma ormai irrimediabile — della sua ricandidatura.

Una discussione sterile, autoreferenziale, che parla solo a chi è già dentro al partito. E che intanto lascia campo libero a Trump, sempre più determinato nel trasformare la sua visione in realtà.

Nel frattempo l’estrema destra grazie a Trump ha ripreso il controllo del Paese con un’agenda economica che colpisce con precisione chirurgica proprio i più vulnerabili. Lontano dalle fanfare elettorali, il suo governo sta costruendo un modello economico basato sulla riduzione brutale dello Stato sociale, se non direttamente dello Stato, l’innalzamento delle barriere commerciali e un’idea punitiva del lavoro pubblico.

I sussidi federali sono stati tagliati con decisione: meno soldi per l’assistenza sanitaria, meno buoni pasto, meno supporto per le famiglie in difficoltà. Allo stesso tempo, l’introduzione di nuovi dazi ha provocato un aumento dei prezzi al consumo, colpendo duramente quella fascia media e bassa che già fa fatica ad arrivare a fine mese. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: più disuguaglianza, più precarietà, meno tutele.

Non va meglio sul fronte del lavoro pubblico. La retorica anti-burocrazia, vecchia quanto il trumpismo stesso, si è trasformata in una vera e propria campagna di tagli e licenziamenti. Migliaia di lavoratori statali — insegnanti, funzionari, tecnici — sono finiti sotto la scure del ridimensionamento federale. Un’operazione che indebolisce le istituzioni, rallenta i servizi e colpisce categorie spesso lontane dai riflettori, ma fondamentali per la tenuta democratica.

E poi c’è la politica estera, ridotta a una questione di bilancio. Trump ha drasticamente ridotto i fondi all’USAID, l’agenzia americana per lo sviluppo internazionale. Un gesto che rompe con decenni di soft power, lasciando spazio geopolitico libero ad altri attori — Russia, Cina — e tradendo la missione storica degli Stati Uniti come promotori di stabilità in molte aree fragili del mondo.

Eppure, di tutto questo si parla poco. Il Partito Democratico sembra incapace di organizzare un’opposizione seria, di andare nei territori colpiti da queste misure, di mobilitare indignazione. Si resta fermi, immobili, impegnati a fare l’autopsia di una sconfitta ormai vecchia, mentre Trump modella il presente.

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Invece di denunciare con forza queste scelte, i Democratici continuano a occuparsi di Biden. Il libro “Original Sin” ha riacceso le polemiche: chi sapeva della malattia? Chi ha mentito? Chi ha sbagliato a non fermarlo? Un processo collettivo condotto sui giornali, nei talk show, nelle interviste autoreferenziali tra esponenti del partito. Un dibattito sfinente e fuori tempo massimo.

Il risultato è un partito immobile, incapace di produrre nuovi leader, di proporre idee, di riorganizzare il proprio messaggio. Il vuoto politico si allarga, proprio mentre l’America reale si interroga su come pagare le bollette, su quali servizi taglieranno domani, su cosa resterà dello Stato sociale.

Quello che emerge è un tratto comune dei Democratici, a ogni latitudine: la difficoltà cronica nel mantenere il contatto con la società reale.
Si parla solo a se stessi, alle testate amiche, ai circoli urbani e benestanti. Il resto del paese — quello che lavora, che perde il lavoro, che aspetta un sussidio — non lo vede più.

Il Partito Democratico dovrebbe oggi essere all’offensiva. Dovrebbe denunciare le politiche punitive di Trump, difendere chi rischia di essere lasciato indietro, ricostruire una rete sociale e politica. E invece resta avvitato su un dibattito tutto interno, tutto passato, tutto sterile.

Il dramma dei Democratici americani è il riflesso di un male più profondo, che riguarda tutti i partiti progressisti dell’Occidente: la progressiva incapacità di capire cosa succede fuori dai centri decisionali. Quando la crisi bussa alle porte, la risposta non è mai ascolto, ma spesso autoanalisi sterile, scambi di accuse, paralisi. E così il disagio sociale resta senza rappresentanza.

Si discute per settimane della legittimità di una leadership, ma non si dedica un minuto a spiegare a una cassiera di Toledo perché il suo affitto è aumentato del 40%. Si scrivono report, si analizzano errori, ma non si costruisce un fronte politico contro i tagli alla sanità o ai trasporti.

E in questo, i Democratici americani non sono poi così diversi da quelli italiani o europei. Ovunque ci sia un partito che si definisce progressista, sembra esserci una costante: il dibattito si svolge in alto, nei salotti buoni, mentre la rabbia cresce in basso, dove nessuno ascolta.

“The Case Against Trump’s America, Mill 19 – Pittsburgh, PA – August 31, 2020” by Biden For President is licensed under CC BY-NC-SA 2.0.