venerdì, Gennaio 30, 2026

Total riparte in Mozambico: il prezzo lo pagano i locali

Cinque anni dopo la chiusura imposta da uno shock che trasformò Cabo Delgado in un nome noto anche fuori dall’Africa, TotalEnergies torna a spingere sull’acceleratore del gas nel nord del Mozambico. Nel 2021, dopo l’assalto jihadista a Palma — a pochi chilometri dal sito di Afungi — il colosso francese dichiarò forza maggiore e congelò il maxi-progetto di GNL: un cantiere gigantesco, pensato per essere il più grande investimento privato nelle infrastrutture energetiche africane, diventato improvvisamente un simbolo del rischio.

Oggi, con Maputo che rivendica un miglioramento della sicurezza e con le truppe ruandesi ancora dispiegate nell’area, la macchina riparte. Ma riparte con una condizione implicita: che il Paese accetti non solo il ritorno dell’investimento, ma anche la logica contrattuale con cui l’industria dell’estrazione “prezza” il caos.

Il punto non è che un’impresa chieda di rientrare dei costi: lo fanno tutte. Il punto è la scala e l’asimmetria. TotalEnergies ha portato sul tavolo miliardi di dollari di extra-spese legate al ritardo e allo stop, e parallelamente chiede tempo: proroghe, estensioni, una rimodulazione delle concessioni che allarghi l’orizzonte del profitto ben oltre gli anni persi.

In uno Stato poverissimo, con capacità negoziale limitata e bisogno disperato di entrate, questo tipo di richiesta non è una trattativa come le altre: è una prova di forza. Quando il rischio esplode sul territorio, tende a essere assorbito da chi vive lì; quando il rischio si trasforma in numeri e clausole, tende a essere trasferito allo Stato.

Il riavvio viene venduto, comprensibilmente, come opportunità: migliaia di posti di lavoro, appalti, formazione, indotto. E qualcosa di vero c’è: i grandi cantieri muovono salari e creano competenze, almeno nel periodo di costruzione. Ma l’esperienza africana dell’estrazione insegna che l’occupazione di cantiere può essere intensa e temporanea, mentre le rendite sono durevoli e spesso concentrate.

La vera discriminante non è quante persone entrano in un badge di accesso, ma quanta parte della catena del valore resta nel Paese: subappalti locali reali, trasferimento tecnologico, fiscalità trasparente, infrastrutture civili, servizi, e soprattutto un meccanismo credibile di redistribuzione nelle comunità che subiscono il peso dell’operazione.

Perché Cabo Delgado non è una pagina bianca. È una provincia marginalizzata per decenni, diventata improvvisamente strategica quando si è scoperta una delle più grandi frontiere del gas del continente. In quel salto, la regione non ha ricevuto automaticamente più Stato: ha ricevuto più denaro potenziale, più competizione, più militarizzazione.

Il conflitto jihadista non nasce “dal nulla” e non si spiega con un’etichetta religiosa: prospera dove c’è frattura sociale, assenza di servizi, disoccupazione, corruzione percepita, e l’impressione che la ricchezza scorra via senza lasciare traccia. È una dinamica nota: quando la monetizzazione del territorio arriva più veloce del welfare, il territorio diventa terreno di reclutamento.

L’assalto del 2021 a Palma — con civili intrappolati, fughe nella foresta, evacuazioni improvvisate — ha segnato un prima e un dopo. Non solo per la violenza, ma perché ha reso evidente il modello: un’enclave energetica super-protetta e, attorno, comunità vulnerabili.

Si può mettere in sicurezza un cantiere, ma se la sicurezza resta un perimetro e non diventa una condizione diffusa, si costruisce una pace tecnica, non una stabilità. Nel frattempo, l’insurrezione non è scomparsa: gli attacchi continuano a intermittenza, con una pressione costante sui civili e sulle truppe. La normalità è una normalità armata.

A complicare tutto c’è la corsa di più giganti sulla stessa regione. L’italiana ENI ha già avviato produzione offshore con un impianto galleggiante e rivendica risultati industriali; ExxonMobil prepara un proprio progetto. La prospettiva che il Mozambico diventi uno dei grandi esportatori di gas al mondo viene trattata come una promessa di modernizzazione.

È anche una promessa di dipendenza: più l’economia nazionale viene legata a un’unica leva fossile, più il Paese diventa vulnerabile a prezzo, cicli, geopolitica e alle oscillazioni della transizione energetica globale. Se la transizione accelera, un’infrastruttura progettata per decenni rischia di diventare un asset che pesa. Se la transizione rallenta, il costo climatico e sociale resta comunque sulle spalle di chi vive lì.

Gli ambientalisti chiamano il progetto una “bomba climatica” e non è un eccesso retorico: il gas, soprattutto in forma liquefatta, non è il combustibile pulito che la pubblicità suggerisce. Ha emissioni dirette e indirette, ha metano lungo la filiera, ha un’impronta che diventa enorme quando si considera l’intero ciclo di vita.

A Cabo Delgado questa discussione si intreccia con un’altra: il Mozambico è un Paese che contribuisce poco alle emissioni globali, ma paga molto in termini di vulnerabilità climatica. E intanto gli si chiede di ancorarsi a un progetto fossile come principale via di entrata. È la forma più moderna del paradosso coloniale: sviluppo promesso oggi, vulnerabilità aumentata domani.

In questo scenario, la domanda decisiva non è “quanti miliardi vale il progetto”, ma “quanta sovranità reale resta al Paese”. Sovranità significa poter dire no a condizioni capestro, poter imporre standard ambientali e sociali, poter pretendere trasparenza fiscale, poter garantire compensazioni vere per chi perde terra e sicurezza.

Significa anche non accettare che la ripartenza sia accompagnata da una rinegoziazione che sposta ulteriormente i rischi sul pubblico: più tempo, più garanzie, più protezione, più flessibilità per l’azienda, mentre la popolazione resta esposta.

La retorica dell’energia spesso racconta i territori come “giacimenti”. Ma Cabo Delgado non è un giacimento: è una società. Se il gas deve esistere, l’unica giustificazione che non sia sfruttamento è una trasformazione misurabile della vita quotidiana: servizi, scuola, sanità, infrastrutture civili, lavoro stabile e diritti, non solo promesse e subappalti.

In caso contrario, il copione è quello già visto: un’infrastruttura gigantesca che esporta ricchezza, un’élite che negozia rendite, e un territorio che resta povero — abbastanza povero da produrre nuova rabbia, abbastanza instabile da richiedere nuova militarizzazione.

La ripartenza di TotalEnergies arriva cinque anni dopo Palma. Se l’unica lezione appresa è che un impianto va protetto meglio, il ciclo ricomincia. Se invece la lezione è che senza patto sociale l’energia diventa benzina sul conflitto, allora la partita è diversa. Ma per esserlo servono scelte politiche che finora, troppo spesso, le multinazionali hanno saputo evitare e gli Stati hanno saputo rinviare.

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