Studenti Francia/2 – Di chi è la rivolta degli studenti?

Dai blocchi spontanei dei licei ai sindacati, da La France insoumise alle assemblee nelle periferie: chi cerca di rappresentare la protesta francese? Gaza compare come riferimento politico, ma le prove di una direzione islamista non emergono dalle fonti esaminate.

Il 4 ottobre, a Saint-Denis, nella periferia settentrionale di Parigi, un’assemblea di studenti mette in discussione non soltanto il governo, ma anche chi pretende di parlare a nome dei ragazzi dei quartieri popolari. Tra i partecipanti c’è chi propone un sindacato autonomo dei liceali di periferia: le organizzazioni esistenti, sostiene una studentessa citata da Le Monde, non rappresentano abbastanza coloro che vivono quotidianamente le disuguaglianze scolastiche. Poco dopo arriva il sindaco Bally Bagayoko, esponente di La France insoumise, accolto con entusiasmo. La stessa scena contiene due realtà che la polemica nazionale tende a confondere: studenti che cercano una propria voce e un partito che offre sostegno politico.

La mobilitazione è nata in settembre attorno a carenze di personale e condizioni di studio contestate nei licei dell’area parigina. Si è diffusa attraverso blocchi, reti di amicizia e comunicazioni sui social, prima di acquistare strutture di coordinamento riconoscibili. Il 6 ottobre è arrivata a riunire, secondo il ministero dell’Interno, circa 266 mila manifestanti; gli organizzatori ne hanno contati 450 mila. Nessuna delle due cifre dice chi diriga il movimento. Dice, piuttosto, che il movimento è ormai troppo esteso per coincidere con la struttura di un singolo partito o sindacato.

DALLE AULE AI COORDINAMENTI

La piattaforma iniziale è molto concreta: sostituire gli insegnanti assenti, ridurre l’affollamento delle classi, rendere utilizzabili gli edifici, aumentare il personale di assistenza, contestare le disuguaglianze nell’accesso agli studi superiori e il funzionamento di Parcoursup. Come abbiamo documentato nella prima puntata, queste richieste acquistano un peso particolare nei territori nei quali la povertà limita la capacità delle famiglie di compensare privatamente le carenze della scuola.

A mano a mano che la protesta si allarga, le organizzazioni entrano più visibilmente in scena. Il 2 ottobre il ministro dell’Istruzione Édouard Geffray riceve rappresentanti degli studenti, dei genitori e dei lavoratori della scuola. L’Union syndicale lycéenne, guidata da Ryad Rani, chiede assunzioni e un piano d’emergenza per gli edifici. Non avendo ottenuto misure concrete, l’organizzazione invita a proseguire i blocchi. Il 5 ottobre Union étudiante, UNEF, Solidaires étudiants, FAGE e Union syndicale lycéenne sottoscrivono una piattaforma di dieci misure urgenti per la gioventù. È il tentativo di dare continuità, interlocutori e obiettivi comuni a iniziative sorte in luoghi diversi.

Questa capacità di coordinamento non va confusa con la rappresentanza automatica di ogni manifestante. Nei blocchi partecipano studenti iscritti e non iscritti ai sindacati, ragazzi che non hanno mai frequentato un’assemblea politica e militanti con esperienze consolidate. A Parigi, il 6 ottobre, un centinaio di giovani si riunisce alla Bourse du travail sotto il nome di Coordination des lycéens mobilisés. Le Monde segnala fra gli organizzatori alcuni militanti del NPA Révolutionnaires. La discussione riguarda soprattutto come mantenere le proteste e collegarle ai lavoratori; diversi interventi chiedono agli studenti dei quartieri privilegiati di sostenere concretamente i licei delle periferie. L’organizzazione politica, qui, è evidente. Non per questo si può attribuirle la nascita dell’intera rivolta.

LA NOTA DEI SERVIZI E LE ACCUSE A LFI

Il 1° ottobre il governo di Sébastien Lecornu attribuisce a La France insoumise e a gruppi dell’ultrasinistra un ruolo decisivo nell’organizzazione delle proteste. L’accusa viene presentata come sostenuta dai servizi di intelligence. Il giorno seguente Le Monde esamina uno dei documenti richiamati: una nota del 28 settembre della direzione del renseignement della Prefettura di polizia di Parigi. Non è un’indagine nazionale, ma una ricognizione su 27 azioni svoltesi in Seine-Saint-Denis fra il 21 e il 25 settembre.

La nota segnala in sei occasioni la presenza di sindacalisti, studenti universitari o esponenti della sinistra. Cita, fra l’altro, volantini della Gioventù comunista distribuiti da universitari e il passaggio del deputato insoumis Éric Coquerel davanti a un liceo. Sono fatti compatibili con un’attività di sostegno e con tentativi di orientare la mobilitazione. Non bastano, da soli, a dimostrare che quelle organizzazioni abbiano inventato i blocchi, impartito ordini agli studenti o controllato la protesta in tutto il paese. Lo stesso reportage riporta una diversa ricostruzione, attribuita a una fonte informata dei servizi, secondo cui l’intervento sistematico delle organizzazioni della sinistra radicale sarebbe successivo alla fase spontanea.

Negare la presenza politica della sinistra sarebbe altrettanto inaccurato. A Saint-Denis l’assemblea del 4 ottobre è sostenuta da ambienti vicini a LFI; il sindaco Bagayoko interviene pubblicamente, mentre organizzazioni studentesche della sinistra radicale lavorano per collegare licei e università. La questione non è stabilire se questi attori siano presenti: lo sono. È distinguere il sostegno, la ricerca di consenso e la direzione effettiva. Per quest’ultima servirebbero prove organizzative più estese di quelle finora rese pubbliche.

GAZA, IDENTITÀ E RELIGIONE

Il repertorio politico degli studenti delle periferie non è limitato alla scuola. Nell’assemblea di Saint-Denis descritta da Le Monde compaiono riferimenti alle discriminazioni, alla polizia e al timore dell’estrema destra. Kefiah e simboli palestinesi sono visibili, ma la questione di Gaza, osserva il giornale, non occupa gli interventi dell’assemblea. È un dettaglio utile: una causa può contribuire alla formazione politica di una generazione senza diventare il motivo per cui quella generazione ha bloccato un liceo.

La solidarietà palestinese e l’islamismo politico devono inoltre essere esaminati separatamente. Una bandiera palestinese, l’identità musulmana di uno studente o una denuncia delle discriminazioni religiose non provano alcun rapporto con organizzazioni islamiste, tanto meno con gruppi jihadisti. Nelle fonti consultate per questa inchiesta non emergono riscontri di una struttura islamista che coordini i blocchi o determini la piattaforma delle rivendicazioni. Non è una certificazione dell’assenza di qualunque tentativo locale di influenza; significa che non disponiamo di elementi sufficienti per attribuirgli un peso accertato. Presentare come un’unica realtà Gaza, gli studenti musulmani e il radicalismo religioso cancellerebbe differenze politiche essenziali.

IL CONFLITTO SULLA RAPPRESENTANZA

Il movimento ha portato alla luce una difficoltà che precede le manifestazioni: chi rappresenta gli studenti che frequentano le scuole dei quartieri popolari? La richiesta di un’organizzazione autonoma emersa a Saint-Denis nasce proprio dalla convinzione che i ragazzi più svantaggiati abbiano esperienze insufficientemente ascoltate anche nelle strutture tradizionali. Non è una domanda secondaria. La protesta ha avuto origine da servizi scolastici che non funzionavano e dalla percezione di opportunità disuguali; trasformare quel malcontento in richieste comuni significa decidere chi può negoziare e a nome di chi.

Il governo, il 6 ottobre, ha annunciato momenti di confronto all’interno degli istituti. È un riconoscimento della necessità di ascoltare gli studenti, ma non risolve la questione della rappresentanza né soddisfa, di per sé, le richieste su personale e strutture. Allo stesso modo, la presenza dei partiti può portare attenzione e risorse organizzative, senza conferire loro automaticamente un mandato da parte di tutti i liceali.

La domanda «di chi è la rivolta?» non trova quindi risposta nel nome di una sigla. Le evidenze disponibili descrivono una mobilitazione partita da rivendicazioni scolastiche, cresciuta attraverso reti studentesche e successivamente attraversata da sindacati, collettivi, amministratori e partiti. La sua autonomia non significa assenza di politica: significa che nessuno, finora, ha dimostrato di poter parlare per tutti. E il conflitto su chi debba rappresentare i ragazzi dei territori più poveri potrebbe rivelarsi importante quanto quello sulle risorse che le loro scuole reclamano.

Manifestazione degli studenti delle scuole superiori del 6 ottobre 2026 a Parigi – By FreCha – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=201202589