Il debito pubblico francese ha raggiunto il 119% del PIL e il governo prepara una difficile manovra finanziaria. Mentre gli studenti chiedono più risorse per la scuola, i sindacati cominciano a partecipare alla mobilitazione. Il precedente del 1990 e il ricordo del Maggio francese pongono una domanda: una protesta nata nei licei può diventare un conflitto sociale più ampio?
Daniel Cohn-Bendit, uno dei protagonisti del Maggio francese del 1968, non sembra credere che la rivolta degli studenti possa trasformarsi in una sollevazione sociale generale. Intervistato il primo ottobre da Tullio Giannotti per l’ANSA, ha riconosciuto che la rabbia dei ragazzi nasce da motivazioni differenti, dalle condizioni delle scuole al costo della vita, fino all’indignazione per Gaza. Ma ha espresso una valutazione pessimistica sulla capacità del resto della società francese di mobilitarsi, descrivendo una parte della popolazione come «più vicina alla disperazione che alla voglia di battersi nelle strade».
L’ex leader del Sessantotto individua una differenza sostanziale rispetto al movimento che contribuì a guidare. Nel maggio 1968 la contestazione studentesca incontrò una mobilitazione operaia di dimensioni straordinarie, con milioni di lavoratori in sciopero. La protesta nata nei licei francesi nel settembre 2026 si sviluppa invece in una società profondamente cambiata, attraversata da difficoltà economiche, precarietà e una crisi della rappresentanza politica. Il paragone storico è inevitabile, ma non offre indicazioni sicure sugli sviluppi del movimento.
Le parole di Cohn-Bendit, tuttavia, precedono di cinque giorni la grande manifestazione nazionale del 6 ottobre, quando accanto agli studenti sono scesi in piazza insegnanti, universitari e rappresentanti sindacali. La CGT ha sostenuto la mobilitazione, mentre alcune organizzazioni del lavoro hanno invitato i propri iscritti a partecipare anche attraverso lo sciopero. Non siamo davanti a una rivolta sociale generale, ma nemmeno a un movimento rimasto completamente isolato nelle scuole. La questione è capire quanto possano svilupparsi questi primi collegamenti.
IL DEBITO PUBBLICO E IL PREZZO DELL’AUSTERITÀ
Il 29 settembre, mentre la protesta studentesca si estendeva alle periferie parigine, l’INSEE pubblicava i dati sul debito pubblico francese. Alla fine del secondo trimestre aveva raggiunto 3.595,5 miliardi di euro, pari al 119% del prodotto interno lordo. In tre mesi era aumentato di quasi 60 miliardi.
La crescita economica debole, l’aumento dei costi di finanziamento del debito e l’assenza di una maggioranza parlamentare stabile complicano la situazione del governo guidato da Sébastien Lecornu. Il primo ottobre l’esecutivo ha presentato il progetto di bilancio per il 2027, con l’obiettivo di ridurre il disavanzo pubblico dal 5,4 al 5% del PIL. La manovra prevede uno sforzo complessivo di risanamento di 54 miliardi di euro, comprendente 43 miliardi di nuovi interventi e 11 miliardi di misure già programmate, secondo la ricostruzione pubblicata da Reuters.
Non si tratta esclusivamente di tagli ai servizi pubblici. Il progetto comprende anche modifiche fiscali, interventi sulle agevolazioni e misure di contenimento della spesa. Fra i provvedimenti più controversi figurano quelli riguardanti pensioni, salari pubblici e prestazioni sociali. Il governo sostiene la necessità di stabilizzare i conti e rassicurare i creditori dello Stato, mentre le organizzazioni sindacali contestano le conseguenze di alcune misure sul potere d’acquisto e sulla protezione sociale.
È in questo contesto che gli studenti chiedono nuove assunzioni, edifici scolastici adeguati e maggiori investimenti nell’istruzione. Le loro rivendicazioni incontrano così un problema che riguarda anche pensionati, dipendenti pubblici e lavoratori: quali bisogni debbano essere finanziati e come distribuire le risorse disponibili.
L’aumento del debito non impone automaticamente una riduzione dei servizi scolastici. Le scelte dipendono dalle priorità della spesa, dalla distribuzione del carico fiscale e dagli obiettivi economici adottati. Ma proprio queste alternative sono al centro del conflitto politico francese. Una protesta nata dalla mancanza di insegnanti può quindi entrare in relazione con questioni apparentemente lontane, come le pensioni o i salari, perché tutte coinvolgono la destinazione delle risorse pubbliche.
DAI LICEI ALLE ORGANIZZAZIONI DEL LAVORO
La possibilità di una convergenza sociale non esiste soltanto nelle interpretazioni degli osservatori. Compare esplicitamente nei documenti sindacali pubblicati durante la mobilitazione.
Il 2 ottobre la CGT nazionale ha annunciato il proprio sostegno alla giornata di protesta studentesca del 6 ottobre. Nel comunicato, la confederazione collega le carenze degli istituti scolastici alla precarietà economica delle famiglie e alle prospettive dei futuri lavoratori. Il documento sostiene che gli studenti non debbano sopportare le conseguenze delle politiche di austerità e richiama le rivendicazioni già avanzate durante gli scioperi del 29 settembre.
Nei giorni successivi diverse strutture sindacali hanno associato alle richieste dei liceali quelle relative ai salari, alle pensioni, alla difesa dei servizi pubblici e al costo della vita. La federazione CGT degli organismi sociali ha pubblicato il 5 ottobre un appello alla mobilitazione che affianca esplicitamente le condizioni dell’istruzione alle difficoltà economiche dei lavoratori.
Il collegamento più immediato riguarda naturalmente gli insegnanti. Una scuola che non riesce a sostituire i docenti assenti danneggia gli studenti, ma produce anche condizioni di lavoro più difficili per il personale. Classi sovraffollate, servizi insufficienti e strutture degradate possono quindi diventare oggetto di rivendicazioni condivise.
Il passaggio verso altri settori è più complesso. La solidarietà sindacale non equivale alla partecipazione di grandi masse di lavoratori a uno sciopero comune. Per parlare di una convergenza effettiva occorrerebbero coordinamenti stabili, piattaforme condivise e una partecipazione significativa di settori produttivi differenti. Al momento esistono iniziative comuni e tentativi di collegamento, non un movimento nazionale unitario.
Anche la mobilitazione universitaria introduce un elemento nuovo. Il 5 ottobre cinque organizzazioni studentesche hanno presentato una piattaforma comune di dieci misure urgenti, comprendente maggiori risorse per l’istruzione, una revisione dei ritmi scolastici e nuove opportunità di accesso agli studi superiori. Le richieste non riguardano più soltanto le condizioni materiali dei singoli licei, ma anche il futuro dei giovani dopo il diploma.
Una parte degli studenti, dunque, contesta contemporaneamente il funzionamento della scuola e le prospettive economiche che li attendono una volta conclusi gli studi. È un terreno sul quale possono emergere interessi comuni con il mondo del lavoro, senza che ciò garantisca automaticamente una mobilitazione condivisa.
IL PRECEDENTE DIMENTICATO DEL 1990
C’è un precedente storico più vicino alla rivolta attuale rispetto al Maggio del 1968. Nell’autunno del 1990 centinaia di migliaia di liceali francesi si mobilitarono contro il degrado degli edifici scolastici, il sovraffollamento delle classi e l’insufficienza delle risorse destinate all’istruzione. Le richieste erano sorprendentemente simili a quelle che, trentasei anni dopo, hanno riportato gli studenti nelle strade.
Le manifestazioni del 29 ottobre e del 5 novembre culminarono nella mobilitazione nazionale del 12 novembre, quando oltre centomila liceali scesero in piazza. Il presidente François Mitterrand ricevette alcuni rappresentanti del movimento, mentre il governo socialista guidato da Michel Rocard, con Lionel Jospin ministro dell’Istruzione, fu costretto ad affrontare pubblicamente la questione delle condizioni scolastiche.
Il 13 novembre Rocard annunciò un piano straordinario da 4,5 miliardi di franchi. I documenti parlamentari del Senato francese confermano l’entità dell’intervento, mentre una successiva risposta ministeriale del 1992 precisa che il fondo per la ristrutturazione degli edifici fu organizzato attraverso finanziamenti statali e prestiti agevolati alle regioni. Gli interventi riguardavano la sicurezza dei locali, l’eliminazione dei prefabbricati, la creazione di spazi per lo studio e la vita associativa e la ristrutturazione degli internati.
La mobilitazione ottenne quindi concessioni concrete. Ma il risultato contribuì anche ad accelerarne l’esaurimento. Dopo l’apertura delle trattative emersero divisioni fra i coordinamenti studenteschi, soprattutto sulla rappresentanza del movimento e sull’accettazione delle proposte governative. Alla fine di novembre la protesta aveva perso gran parte della forza iniziale. La ricostruzione storica di Larousse e i documenti del Senato mostrano come una mobilitazione nazionale particolarmente intensa sia riuscita a ottenere investimenti senza trasformarsi in un movimento sociale generale.
Il confronto solleva una domanda inevitabile. Perché, dopo trentasei anni e diversi interventi pubblici, gli studenti francesi tornano a denunciare carenze tanto simili?
La risposta non può essere semplicemente che nulla sia cambiato. Il sistema educativo si è trasformato, le competenze amministrative sono state redistribuite e sono stati effettuati investimenti significativi. Ma la persistenza di alcune rivendicazioni indica che i problemi delle risorse, degli edifici e delle condizioni di insegnamento non sono stati definitivamente risolti.
Esiste anche una differenza politica fondamentale. Nel 1990 il governo dispose di margini per annunciare rapidamente un piano straordinario. Nel 2026 l’esecutivo affronta una crisi di bilancio più grave e una situazione parlamentare instabile. Questo non esclude nuove concessioni, ma rende più complessa la loro definizione e approvazione.
Il precedente del 1990 mostra inoltre che una protesta studentesca può ottenere risultati importanti senza necessariamente produrre una convergenza stabile con il mondo del lavoro. Una mobilitazione capace di imporre nuove risorse alla scuola non coincide automaticamente con un movimento che contesta più generalmente le scelte economiche dello Stato.
UNA CONVERGENZA ANCORA DA COSTRUIRE
La distanza fra solidarietà e mobilitazione comune rimane il principale problema dell’attuale movimento. Le organizzazioni studentesche hanno costruito una piattaforma nazionale, i sindacati degli insegnanti hanno partecipato alle proteste e alcune componenti del mondo del lavoro hanno manifestato il proprio sostegno. Ma le rivendicazioni non coincidono completamente e le forme organizzative rimangono differenti.
Gli studenti possono bloccare un istituto e convocare assemblee attraverso reti relativamente informali. Uno sciopero dei lavoratori richiede invece organizzazione, partecipazione continuativa e capacità di sostenere le conseguenze economiche dell’astensione dal lavoro. Anche i tempi sono diversi: le mobilitazioni scolastiche risentono del calendario delle lezioni e degli esami, mentre quelle sindacali seguono dinamiche proprie dei settori produttivi.
Un altro elemento riguarda la capacità del governo di rispondere alle richieste più immediate. Il 6 ottobre il primo ministro Lecornu ha aperto alla possibilità di interventi nel quadro delle discussioni sul bilancio. Le organizzazioni studentesche hanno giudicato insufficienti queste aperture. Secondo Le Monde, la FAGE ha indicato in circa 10 miliardi di euro il fabbisogno per realizzare le dieci misure urgenti proposte dalle associazioni giovanili. Si tratta di una quantificazione avanzata dagli organizzatori, non di una valutazione indipendente dei costi.
La questione è importante perché mostra quanto il conflitto scolastico sia ormai entrato nel confronto sulle scelte economiche nazionali. Gli studenti non chiedono soltanto interventi amministrativi nei singoli istituti: presentano richieste di finanziamento che devono essere considerate nel bilancio pubblico.
Questo non dimostra che altri settori della società siano pronti a mobilitarsi sulle stesse rivendicazioni. Ma rende più riconoscibile un terreno comune: la disponibilità e la distribuzione delle risorse destinate ai servizi pubblici.
UNA QUESTIONE CHE SUPERA LA SCUOLA
Il pessimismo espresso da Cohn-Bendit trova conferma in una difficoltà reale: trasformare una protesta studentesca in una mobilitazione sociale più ampia richiede qualcosa di più della condivisione del malcontento. Occorrono organizzazioni, obiettivi compatibili e una partecipazione che continui oltre le singole giornate di manifestazione.
Le iniziative sindacali del 6 ottobre dimostrano però che il movimento non è rimasto confinato nei licei. Anche senza una convergenza generale, la protesta ha cominciato a incontrare rivendicazioni che riguardano salari, condizioni di lavoro, costo della vita e finanziamento dei servizi pubblici.
Il precedente del 1990 suggerisce che una mobilitazione nata nella scuola può ottenere risultati concreti e successivamente esaurirsi. Quello del 1968 ricorda invece una vicenda storica molto diversa, nella quale il conflitto studentesco si intrecciò con un vastissimo movimento operaio. Nessuno dei due precedenti consente di stabilire quale percorso seguiranno le proteste attuali.
La questione più interessante riguarda ciò che studenti e lavoratori possono effettivamente riconoscere come problema comune. Una scuola senza insegnanti, un ospedale con personale insufficiente, salari che non consentono di affrontare il costo della vita e prestazioni sociali ridotte non sono fenomeni identici. Possono però essere collegati dalle decisioni che determinano la distribuzione delle risorse economiche.
La rivolta francese è nata dalla richiesta di avere professori in classe e scuole funzionanti. Il suo sviluppo ha cominciato a porre domande che riguardano anche il lavoro, il reddito e il ruolo dello Stato nella garanzia dei servizi pubblici.
Non sappiamo se questi collegamenti diventeranno un movimento stabile. Sappiamo che una parte delle organizzazioni sindacali sta già cercando di costruirli e che le rivendicazioni studentesche sono entrate nel confronto sulla manovra finanziaria del 2027.
A trentasei anni dal piano straordinario annunciato da Rocard, la domanda non è soltanto quante risorse il governo francese sarà disposto a destinare alla scuola. È anche se una nuova generazione di studenti riuscirà a far riconoscere le proprie condizioni di studio come parte di un problema sociale che riguarda ben più delle aule scolastiche.
È su questo terreno, più che nell’evocazione di un nuovo Maggio francese, che si misurerà la portata politica della mobilitazione.



