Studenti Francia/1 – La scuola che riproduce la povertà

In Seine-Saint-Denis quasi quattro minori su dieci vivono sotto la soglia di povertà. La protesta partita dai licei delle periferie parigine denuncia insegnanti mancanti, edifici degradati e classi sovraffollate. Ma i dati del ministero francese raccontano una crisi più profonda: un sistema educativo nel quale le condizioni economiche delle famiglie continuano a pesare sulle possibilità di costruirsi un futuro.

Al liceo Antoine-de-Saint-Exupéry di Créteil, nella periferia sud-orientale di Parigi, alcuni studenti hanno cominciato l’anno scolastico senza poter frequentare regolarmente le lezioni di francese. Altri non disponevano dell’assistenza necessaria per le proprie disabilità. Mancavano insegnanti, personale sanitario e figure amministrative. Il 17 settembre i docenti sono entrati in sciopero e il giorno successivo gli studenti hanno bloccato gli ingressi. Da quella scuola ha preso avvio una mobilitazione che nelle settimane successive si è estesa a numerosi licei francesi.

Il 5 ottobre, quando Le Monde è tornato al Saint-Exupéry, le lezioni erano riprese. La protesta aveva ottenuto alcuni risultati: il rettorato aveva provveduto a nuove assunzioni e diversi problemi organizzativi erano stati risolti. Mancavano ancora, però, personale infermieristico e assistenti per gli studenti con disabilità. Un’insegnante raccontava che alcuni ragazzi avevano ricevuto la prima lezione di francese soltanto la settimana precedente. I rappresentanti dei genitori segnalavano infiltrazioni d’acqua e manutenzioni rimandate. Una vicenda nella quale il diritto all’istruzione non era in discussione sul piano formale, ma nella sua concreta attuazione quotidiana.

Da Créteil il movimento si è diffuso rapidamente nella regione parigina, coinvolgendo soprattutto nella prima fase gli istituti delle periferie popolari, prima di estendersi al resto del paese. All’inizio di ottobre centinaia di licei risultavano interessati dai blocchi e dalle sospensioni delle lezioni. Il 6 ottobre la mobilitazione ha assunto dimensioni nazionali, con studenti, insegnanti e organizzazioni sindacali nelle piazze francesi. Nel frattempo il conflitto si è allargato, incorporando questioni politiche più generali e producendo anche episodi di violenza sui quali sarà necessario un esame specifico.

Ma per comprendere l’origine della protesta occorre partire da ciò che gli studenti chiedevano prima che il movimento diventasse un problema di ordine pubblico: insegnanti presenti, classi meno affollate, edifici utilizzabili, servizi scolastici funzionanti e maggiori opportunità di proseguire gli studi. Sono richieste che assumono un significato particolare nei territori dove la povertà è più diffusa.

QUATTRO MINORI POVERI SU DIECI

La Seine-Saint-Denis è uno dei dipartimenti più poveri della Francia metropolitana. Secondo i dati dell’INSEE relativi al 2023, gli ultimi disponibili con questo livello di dettaglio, il 38,7% dei minori di diciotto anni viveva sotto la soglia di povertà. A Parigi la percentuale era del 21,7%. Il reddito disponibile mediano annuo per unità di consumo raggiungeva 21.250 euro in Seine-Saint-Denis, contro 33.650 nella capitale. Due territori confinanti, appartenenti alla stessa area metropolitana, presentano dunque condizioni economiche profondamente differenti.

Queste cifre non dicono quanti manifestanti provengano da famiglie povere. Sarebbe improprio attribuire a tutti gli studenti di un territorio la condizione economica che caratterizza una parte della sua popolazione. Permettono però di comprendere il contesto nel quale si sviluppano alcune delle rivendicazioni più insistenti.

Per una famiglia benestante, l’assenza prolungata di un insegnante può essere almeno parzialmente compensata con lezioni private, corsi integrativi e strumenti educativi acquistati sul mercato. Per una famiglia che fatica a sostenere le spese ordinarie, quella possibilità può non esistere. Il medesimo disservizio pubblico rischia così di produrre conseguenze molto diverse a seconda del reddito familiare.

È un meccanismo che riguarda più della semplice disponibilità di denaro. Le condizioni abitative, gli spazi per studiare, gli strumenti informatici e le possibilità di sostegno extrascolastico contribuiscono a determinare quanto uno studente possa affrontare le difficoltà del proprio percorso educativo. La scuola pubblica dovrebbe contribuire a ridurre queste differenze. Quando non riesce a farlo, le disuguaglianze economiche possono trasformarsi in disuguaglianze di opportunità.

La composizione sociale degli istituti conferma quanto siano diversi i contesti nei quali gli studenti francesi ricevono la propria istruzione. Il ministero utilizza un indicatore denominato indice de position sociale (IPS), costruito considerando le caratteristiche socioeconomiche e culturali delle famiglie. Non misura il reddito individuale né la qualità degli insegnanti, ma permette di confrontare l’ambiente sociale di provenienza degli studenti.

Le schede scolastiche basate sui dati ministeriali attribuiscono, per il 2025-2026, un IPS di 82,8 al liceo Le Corbusier di Aubervilliers, coinvolto nella mobilitazione, contro 148,4 del prestigioso Henri-IV di Parigi. Il secondo è un istituto particolarmente selettivo e non rappresenta la media delle scuole della capitale. Il confronto, tuttavia, mostra l’ampiezza delle distanze sociali possibili all’interno dello stesso sistema educativo.

LE LEZIONI CHE LO STATO PROMETTE E NON GARANTISCE

La questione delle assenze degli insegnanti non riguarda soltanto gli istituti che hanno dato origine alla rivolta. È un problema nazionale, quantificato dallo stesso ministero dell’Istruzione.

Una ricerca pubblicata il 30 aprile 2026 dalla Direction de l’évaluation, de la prospective et de la performance (DEPP) rivela che nell’anno scolastico 2024-2025 il 9,8% delle ore di insegnamento previste negli istituti secondari pubblici non è stato effettivamente assicurato. Il 7,5% delle ore programmate è andato perduto per assenze degli insegnanti non sostituiti e il restante 2,3% per chiusure complete degli istituti. Nel dieci per cento delle scuole maggiormente colpite, la quota delle ore non svolte supera il 15%.

Il dato contiene però un elemento che impedisce interpretazioni troppo semplici. La stessa DEPP precisa che, considerando complessivamente gli istituti, le differenze nelle ore perdute in relazione all’origine sociale degli studenti sono relativamente contenute. I collège appartenenti alle reti dell’educazione prioritaria registrano perdite maggiori, ma non emerge una regola generale secondo cui tutte le scuole più povere perdano sistematicamente più lezioni.

La distinzione è decisiva. Il problema non consiste necessariamente in una distribuzione delle assenze che penalizza sempre i territori poveri, ma anche nella differente capacità delle famiglie di affrontarne le conseguenze. Una parte del costo delle carenze scolastiche può essere trasferita, di fatto, sulle risorse private degli studenti. Dove queste risorse mancano, il diritto all’istruzione rischia di diventare più fragile.

Al liceo Le Corbusier di Aubervilliers, gli insegnanti riuniti in assemblea il 5 ottobre hanno chiesto la sostituzione sistematica dei colleghi assenti, l’assunzione di personale medico e sociale, ulteriori assistenti educativi, la ristrutturazione degli edifici e attrezzature informatiche funzionanti. Il documento pubblicato dalla CGT Éduc’action della Seine-Saint-Denis elenca necessità precise, direttamente collegate al funzionamento dell’istituto.

Anche al Jean-Jaurès di Montreuil il personale scolastico ha denunciato classi sovraffollate e spazi insufficienti. I problemi segnalati nei diversi licei non coincidono perfettamente, ma hanno un denominatore comune: la distanza fra le condizioni nelle quali l’insegnamento dovrebbe svolgersi e quelle concretamente disponibili.

UNA SELEZIONE CHE COMINCIA PRIMA DELL’UNIVERSITÀ

La disuguaglianza educativa francese non si esaurisce nelle condizioni materiali degli edifici o nella disponibilità degli insegnanti. I dati sui risultati scolastici mostrano quanto l’origine sociale continui a pesare lungo il percorso formativo.

Nella sessione 2024 del Diplôme national du brevet, l’esame sostenuto alla conclusione del collège, gli studenti di origine sociale molto favorita hanno registrato, nella serie generale, un tasso di successo superiore di 21,5 punti percentuali rispetto a quelli provenienti da ambienti svantaggiati. La differenza emerge dunque prima dell’ingresso nei licei e riguarda ragazzi che hanno frequentato lo stesso sistema scolastico nazionale.

Non significa che i risultati individuali siano determinati meccanicamente dal reddito familiare. Gli studenti delle scuole popolari possono conseguire risultati eccellenti e alcuni istituti socialmente svantaggiati ottengono performance superiori alle attese statistiche. Significa piuttosto che, considerando popolazioni numerose, le condizioni sociali continuano a essere associate a differenze sostanziali nel successo scolastico.

La stratificazione prosegue nell’accesso ai diversi indirizzi e ai percorsi di istruzione superiore. Le ricerche ministeriali mostrano una maggiore presenza di studenti socialmente svantaggiati nei licei professionali, mentre gli studenti provenienti da famiglie favorite risultano maggiormente rappresentati nei percorsi più selettivi. In questo contesto si comprende perché fra le rivendicazioni della mobilitazione compaia anche la contestazione di Parcoursup, il sistema che regola le candidature per l’accesso all’istruzione superiore. La sua critica non riguarda soltanto una procedura amministrativa, ma il timore che opportunità già distribuite in modo diseguale continuino a esserlo negli studi successivi.

La Francia, peraltro, non è un paese che dedica all’istruzione risorse trascurabili. Nel 2025 la spesa complessiva ha raggiunto 199,2 miliardi di euro, pari al 6,7% del prodotto interno lordo. Secondo la DEPP, l’aumento rispetto al 2024 è stato dell’1,2% in termini nominali, ma soltanto dello 0,1% al netto dell’inflazione. La spesa media per uno studente della scuola secondaria è stata di 11.780 euro.

Il problema, dunque, non può essere ridotto all’affermazione che lo Stato francese non spenda per l’istruzione. Occorre domandarsi come quelle risorse vengano distribuite, se siano sufficienti rispetto ai bisogni e quanto riescano a correggere le disuguaglianze sociali esistenti.

La differenza fra uguaglianza formale e uguaglianza sostanziale si misura anche qui: assegnare risorse pubbliche non significa necessariamente garantire a tutti gli studenti opportunità equivalenti, soprattutto quando le condizioni familiari sono molto diverse.

QUELLO CHE GLI STUDENTI STANNO CHIEDENDO

La rivolta francese ha assunto nel giro di poche settimane dimensioni e significati che superano la vertenza scolastica originaria. Le organizzazioni politiche cercano di intervenire, le proteste si intrecciano con conflitti sociali più ampi e gli scontri con le forze dell’ordine hanno progressivamente occupato una parte crescente del racconto pubblico.

Ma al liceo Saint-Exupéry gli studenti sono scesi in protesta dopo lo sciopero dei loro insegnanti per ottenere personale e condizioni di studio adeguate. In altri istituti le richieste riguardano aule, sostituzioni e servizi. Non è necessario attribuire a quei ragazzi una coscienza politica uniforme, né presumere che tutti condividano le stesse motivazioni, per riconoscere la concretezza delle rivendicazioni iniziali.

La relazione fra povertà e rivolta non può ancora essere quantificata con precisione: manca una rilevazione rappresentativa della condizione sociale dei manifestanti e sarebbe scorretto dedurla semplicemente dai territori di provenienza. I dati disponibili consentono però di individuare un problema strutturale. Nella Francia che continua a presentare forti disparità economiche fra territori e famiglie, la scuola pubblica non riesce sempre a neutralizzare gli effetti dell’origine sociale sulle opportunità educative.

Per i figli delle famiglie povere questo problema assume una gravità particolare. Quando mancano un insegnante, un servizio o uno spazio adeguato, la perdita non può necessariamente essere compensata altrove. La qualità dell’istruzione pubblica diventa così inseparabile dalla possibilità concreta di migliorare la propria condizione sociale.

È su questo terreno che la protesta partita dalle periferie parigine pone una questione più ampia della gestione dei singoli licei. Non soltanto quanti studenti possano entrare a scuola, ma quale istruzione ricevano una volta entrati e quanto il percorso educativo consenta loro di sottrarsi ai limiti imposti dalla condizione economica delle famiglie.

Gli studenti francesi hanno cominciato chiedendo professori, aule e servizi. Dietro queste richieste emerge una contraddizione che riguarda l’intero sistema: la scuola dovrebbe offrire ai figli dei poveri la possibilità di non restare poveri, ma continua a funzionare in una società nella quale la povertà condiziona le opportunità scolastiche fin dall’infanzia.

Non sappiamo ancora quanto questa consapevolezza sia condivisa dai ragazzi che manifestano. Sappiamo che le loro rivendicazioni obbligano a misurarsi con una promessa fondamentale dell’istruzione pubblica francese: quella di non lasciare che il futuro di uno studente sia stabilito dalle condizioni economiche della famiglia nella quale è nato.

Foto: Wyslijp16 / Wikimedia Commons — CC BY 4.0