C’è un’immagine che racconta più di mille parole: il sovietico Boris Spassky, in piedi, che applaude lo statunitense Bobby Fischer, dopo aver perso la sesta partita del loro storico campionato del mondo nel 1972, a Reykjavík, in Islanda, all’apice della guerra fredda. Un gesto raro negli scacchi, il riconoscimento puro della bellezza di una partita perfetta.
In quel momento, più che il campione in carica, Spassky è un uomo che ha appena assistito a qualcosa di straordinario. Non è da tutti riconoscere il valore dell’avversario, soprattutto quando sei un genio e devi ammettere che hai davanti uno più genio di te.
Boris Spassky si è spento ieri all’età di 87 anni, lasciandosi alle spalle non solo un titolo mondiale, ma una delle storie più affascinanti degli scacchi e della Guerra Fredda. Spassky non era un giocatore dogmatico. A differenza di molti suoi contemporanei sovietici, che seguivano rigidi principi posizionali, il suo stile era eclettico, armonioso, quasi romantico. Poteva giocare in modo solido, ma anche improvvisare con brillantezza, adattandosi al ritmo dell’avversario. Una versatilità che lo rendeva imprevedibile e, per questo, temuto.
Il match del 1972 contro Fischer, il cosiddetto “incontro del secolo”, andò oltre la scacchiera: divenne il simbolo della rivalità tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Fischer era il genio ribelle, il ragazzo che sfidava il sistema; Spassky, suo malgrado, era il volto dell’establishment scacchistico sovietico. Ma nella realtà dei fatti, Spassky non era un pedina della propaganda. Non amava la rigidità del sistema sovietico e spesso si scontrava con le autorità. Accettò di giocare la sfida con Fischer tra mille pressioni, consapevole che una sconfitta avrebbe avuto ripercussioni politiche.
L’incontro fu una miscela di tensione, caos e momenti di pura magia. Dopo la seconda partita, Fischer si rifiutò di giocare a causa delle telecamere, e Spassky, con grande sportività, accettò di continuare. La sesta partita è ritenuta ancora oggi un capolavoro tecnico di Fischer.

Dopo la sconfitta, Spassky non fu trattato con particolare riguardo in patria. Lasciò l’Unione Sovietica negli anni ’80, trasferendosi in Francia. Il suo rapporto con Fischer si trasformò in un’amicizia fatta di rispetto reciproco, nonostante le follie e le derive paranoiche del campione americano.
Nel 1992, vent’anni dopo lo storico match, i due si ritrovarono per una rivincita in Jugoslavia. Fischer vinse ancora, ma il contesto era completamente diverso: la Jugoslavia era sotto sanzioni ONU a causa della guerra nei Balcani, e gli Stati Uniti avevano proibito a Fischer di partecipare. Ignorando il divieto, Fischer sputò su una lettera del Dipartimento di Stato americano in conferenza stampa, un gesto che gli costò un mandato d’arresto e lo costrinse all’esilio.
Spassky, ormai lontano dalle pressioni del regime sovietico, visse quella sfida senza il peso della propaganda. Non giocava più al massimo livello, ma affrontò Fischer con rispetto e sportività. Malgrado le derive del campione americano, Spassky continuò a difenderlo pubblicamente, mostrando una lealtà che andava oltre la scacchiera.
In un’intervista, anni dopo, commentò con ironia: “Ovunque vada, la gente mi chiede di Fischer. A volte mi chiedo se sono mai esistito senza di lui.” E quando Fischer morì, Spassky dichiarò: “Ho perso una parte di me stesso.”
Con la sua morte si chiude un capitolo irripetibile di storia, dove una semplice partita di scacchi poteva racchiudere tutte le tensioni del mondo. Spassky non è stato solo un grande giocatore: fu un simbolo di un’epoca e di un’idea dello sport che oggi sembra appartenere a un passato lontano.



