La siccità in Somalia non è un rischio teorico: è una crisi già in corso che sta accelerando. FAO avverte che il ciclo 2025–26 potrebbe diventare severo e diffuso quanto le grandi siccità del 2011, 2017 e 2022, perché il deficit di pioggia si sta sommando a temperature elevate e a stagioni consecutive deboli, innescando un effetto domino su acqua, pascoli, colture e bestiame.
I numeri, nella lettura ufficiale, sono già da “fase rossa”. La FAO parla di 4,4 milioni di persone attese in insicurezza alimentare acuta nel 2026 e di 1,85 milioni di bambini sotto i cinque anni proiettati in malnutrizione acuta fino a metà anno. Nello stesso quadro rientrano l’aumento degli sfollamenti, il prosciugamento di pozzi e bacini e l’impatto sulla scuola, con decine di migliaia di studenti costretti a interrompere la frequenza.
Sul lato degli aiuti, World Food Programme descrive una pressione crescente sui bisogni e, soprattutto, una risposta condizionata dai finanziamenti: il classico scenario in cui la domanda sale mentre la coperta rischia di accorciarsi.
Per capire perché “non piove” non basta a spiegare la situazione, serve un passaggio tecnico ma essenziale. L’allarme FAO si appoggia anche agli aggiornamenti di FAO SWALIM, che usa un indice composito (Combined Drought Index) capace di fotografare l’accumulo della siccità su più stagioni: quando una stagione fallisce o arriva male, quella successiva parte già in debito, e anche una pioggia “normale” può non bastare a recuperare suoli secchi, falde basse e pascoli degradati.
Nel Somalia Gu 2026 Climate Outlook di inizio febbraio, SWALIM descrive un Paese che entra nella stagione delle piogge con un “peso” già addosso: stress idrico e termico, livelli critici e impatti evidenti in molte aree.

Fin qui la crisi vista dall’alto, con indicatori e proiezioni. Ma c’è un modo ancora più immediato per capire cosa significhi, ed è ascoltare la crisi raccontata da chi ci vive dentro. È il valore aggiunto dei report settimanali di Radio Ergo, che raccolgono segnalazioni dal territorio: non sostituiscono le fonti ufficiali, le rendono tridimensionali. Nelle chiamate tra fine gennaio e inizio febbraio tornano ovunque le stesse parole: acqua, foraggio, bestiame che muore, coltivazioni che falliscono, prezzi che salgono, spostamenti forzati.
Dal Somaliland arrivano messaggi sulla siccità “prolungata e diffusa” e su comunità che chiedono servizi essenziali oltre all’acqua; dal Puntland l’allarme è su animali che non reggono più e famiglie che chiedono aiuti per cibo, acqua e mangimi; nel centro-sud le segnalazioni parlano di fattorie che non producono, di capi indeboliti e malati e di popolazioni che iniziano a muoversi perché restare significa consumare le ultime risorse.
In una chiamata dal Gedo compare anche un indicatore tipico delle crisi da siccità quando l’acqua sicura manca: bambini con diarrea in aumento, segnale che la crisi alimentare e quella sanitaria tendono a sovrapporsi.
Il punto, ora, è che l’incertezza sulle prossime piogge non è un motivo per rilassarsi, anzi. SWALIM avverte che anche nello scenario “vicino alla norma” la stagione Gu può essere irregolare, con avvii tardivi o pause secche lunghe; e con temperature alte l’evaporazione accelera e il recupero è più lento. In altre parole: non basta che “piova”, deve piovere nel modo giusto, nel momento giusto, e su un sistema che non sia già arrivato al limite.
È qui che i due livelli – l’allerta ufficiale e le voci dal terreno – si incastrano perfettamente. I dati dicono la scala e la direzione del rischio. Le chiamate dicono il meccanismo concreto con cui una siccità diventa catastrofe: prima si svuotano i punti d’acqua, poi saltano pascoli e raccolti, poi muore il bestiame (cioè il capitale delle famiglie), poi arrivano debiti, migrazione, rinunce alle cure, malattie e malnutrizione. La crisi non esplode in un giorno: si costruisce per settimane e mesi. E, in questo momento, sta correndo.


