In Somalia l’emergenza non ha più un solo nome. Non è soltanto fame, non è soltanto siccità, non è soltanto guerra “altrove” che produce effetti “qui”. È la somma di tutto questo che sta spingendo il Paese verso una nuova soglia critica, con i bambini come primo indicatore del collasso.
UNICEF ha avvertito ieri, 26 marzo, che quasi 2 milioni di minori sono a rischio di malnutrizione acuta, mentre la direttrice generale Catherine Russell, al termine di una missione nel Paese, ha descritto una situazione in rapido deterioramento sotto la pressione simultanea di siccità, conflitti, sfollamenti e tagli ai finanziamenti.
Il cuore della crisi è nei numeri, ma anche nella loro combinazione. L’ultima analisi IPC, elaborata con le agenzie ONU e il governo somalo, stima che tra febbraio e marzo 2026 circa 6,5 milioni di persone si trovino in condizioni di crisi alimentare o peggio. Di queste, oltre 2 milioni sono in fase di emergenza, cioè in una condizione in cui i nuclei familiari affrontano gravi deficit alimentari e livelli critici di malnutrizione.
Per i bambini sotto i cinque anni il quadro è ancora più allarmante: nel corso del 2026 i casi di malnutrizione acuta attesi sono 1,84 milioni, di cui quasi mezzo milione severi.
Il punto è che la fame non arriva nel vuoto. Arriva dove l’assistenza si sta ritirando. UNICEF segnala che nell’ultimo anno hanno già chiuso oltre 400 strutture sanitarie e nutrizionali, comprese più di 125 sedi che garantivano assistenza nutrizionale essenziale.
La conseguenza è immediata: meno cure per le donne in gravidanza, meno vaccinazioni per i bambini, meno trattamento salvavita per i casi più gravi di malnutrizione. In altre parole, il sistema non sta solo subendo un aumento dei bisogni; sta perdendo contemporaneamente la capacità di rispondervi.

La crisi dei finanziamenti è uno dei fattori più sottovalutati. UNICEF chiede 121 milioni di dollari per la propria risposta in Somalia nel 2026, ma finora ne ha ricevuti meno di 20. OCHA indica che l’intero piano umanitario per il Paese richiede 852 milioni di dollari e, allo stato attuale rilevato a marzo, la copertura resta molto bassa.
A questo si aggiunge l’allarme del World Food Programme: senza 95 milioni di dollari aggiuntivi tra marzo e agosto, l’assistenza alimentare rischia di fermarsi già da aprile. Non è una crisi dovuta solo alla scarsità di cibo: è una crisi prodotta anche dalla scarsità di denaro per far arrivare cure, acqua, vaccini e alimenti dove servono.
Poi c’è il fattore esterno, quello che rende ancora più fragile ogni previsione. UNICEF lega esplicitamente l’aggravarsi dell’emergenza alle nuove interruzioni nelle catene di approvvigionamento globali provocate dalla guerra in Medio Oriente. In Somalia, Paese fortemente dipendente dalle importazioni, questo significa aumento del costo del carburante, trasporto più caro per cibo e medicinali, acqua sempre meno accessibile nelle aree colpite dalla siccità.
La stampa locale e internazionale ha raccontato il riflesso immediato di questo shock: in diversi contesti urbani il carburante è rincarato fino a paralizzare attività economiche quotidiane e capacità di spostamento. Quando il prezzo dell’energia sale, in un’economia vulnerabile come quella somala aumenta anche il costo della sopravvivenza.
La storia recente dice che il peggio può ancora essere evitato, ma solo con una risposta anticipata e massiccia. Nel 2022 la Somalia era arrivata a un passo dalla carestia e fu una mobilitazione umanitaria straordinaria a impedirne l’esplosione su larga scala.
Oggi, però, diversi segnali fanno pensare a una situazione potenzialmente più insidiosa: i bisogni crescono, i fondi diminuiscono, i centri chiudono, i costi logistici aumentano e le comunità entrano nella stagione secca con minore capacità di resistenza. Non a caso il WFP parla di condizioni “preoccupantemente vicine” a quelle che precedettero la precedente grande emergenza.
Il rischio più serio, allora, non è solo che aumentino i casi di malnutrizione. È che si consolidi una spirale in cui siccità, sfollamento, malattie, chiusura dei servizi e shock economici si alimentano a vicenda.
Quando una madre deve camminare per giorni per trovare cure per i figli malnutriti, come nel caso raccontato da UNICEF a Dollow, non siamo più davanti a un’emergenza ciclica da registrare nelle statistiche: siamo davanti a un sistema che arretra mentre i bisogni avanzano. Ed è proprio in questo scarto che si misura oggi la gravità della Somalia.



