L’omicidio di Brian Thompson, CEO di UnitedHealthcare, ha riportato drammaticamente alla luce i problemi del sistema sanitario negli Stati Uniti, una questione che tocca non solo l’accessibilità e l’equità, ma anche la qualità della salute dei cittadini. Un nuovo studio pubblicato dall’American Medical Association evidenzia infatti come gli americani vivano più a lungo, ma trascorrano anche un numero crescente di anni convivendo con malattie croniche.
Lo studio evidenzia un fenomeno sempre più marcato: gli americani vivono più a lungo rispetto al passato, ma passano un numero maggiore di anni convivendo con malattie. Secondo i dati, negli Stati Uniti, il divario tra la durata della vita e la durata della vita in salute è cresciuto, passando da 10,9 anni nel 2000 a 12,4 anni nel 2024, un incremento del 29% rispetto alla media globale.
Le principali condizioni che contribuiscono a questi anni vissuti con disabilità sono i disturbi mentali e da uso di sostanze, insieme alle malattie muscoloscheletriche. Questa situazione è particolarmente evidente nelle donne, che registrano un divario di 13,7 anni tra aspettativa di vita e anni in buona salute, contro i 12,2 anni degli uomini. Le donne statunitensi mostrano un divario del 32% superiore rispetto alla media globale, confermando una tendenza che accomuna molti paesi sviluppati.
La situazione americana non è isolata: globalmente, il divario tra durata della vita e durata della vita in salute è aumentato da 8,5 anni nel 2000 a 9,6 anni nel 2024. Tuttavia, gli Stati Uniti restano tra i paesi con i divari più ampi, seguiti da Australia (12,1 anni), Nuova Zelanda (11,8 anni), Regno Unito e Irlanda del Nord (11,3 anni) e Norvegia (11,2 anni). Al contrario, i divari più ridotti si osservano in paesi come Lesotho (6,5 anni), Repubblica Centrafricana (6,7 anni), Somalia e Kiribati (6,8 anni) e Micronesia (7 anni).

Secondo gli autori dello studio, Armin Garmany e Andre Terzic, “questi risultati sottolineano che in tutto il mondo, sebbene le persone vivano più a lungo, vivono un numero maggiore di anni gravati dalle malattie”. L’aumento dell’aspettativa di vita non è sempre accompagnato da un miglioramento proporzionale degli anni di vita in buona salute. Negli Stati Uniti, per esempio, l’aspettativa di vita per le donne è salita da 79,2 a 80,7 anni e per gli uomini da 74,1 a 76,3 anni, ma i progressi nell’aspettativa di vita in salute non sono stati altrettanto significativi.
Un altro aspetto rilevante è il peso economico delle malattie croniche nei paesi con i divari più alti. Negli Stati Uniti, i cittadini spendono mediamente oltre 12.500 dollari l’anno per le cure sanitarie, una cifra significativamente superiore rispetto agli altri paesi sviluppati. In Australia, la spesa media pro capite si attesta intorno ai 5.800 dollari, mentre in Nuova Zelanda è di circa 4.500 dollari. Nel Regno Unito, con il sistema sanitario nazionale, la spesa sanitaria pro capite è più contenuta, intorno ai 4.000 dollari, e in Norvegia si raggiungono i 6.600 dollari.
Dall’altra parte dello spettro, i paesi con i divari più ridotti, come Lesotho e Repubblica Centrafricana, registrano una spesa sanitaria annua pro capite inferiore a 50 dollari. Questi dati riflettono non solo le differenze nell’accesso ai servizi sanitari, ma anche il peso economico che i cittadini dei paesi più sviluppati sostengono per convivere con malattie croniche che, pur non essendo sempre letali, incidono pesantemente sulla qualità della vita.
Lo studio conferma quindi una tendenza globale preoccupante: vivere più a lungo non significa necessariamente vivere meglio. Per invertire questa dinamica, sarà fondamentale investire in prevenzione, sistemi sanitari più accessibili e politiche volte a ridurre il peso delle malattie croniche, puntando non solo sulla quantità, ma anche sulla qualità degli anni di vita.



