Roccella non ionica, la ministra del no

Al peggio non c’è mai fine. Il governo messo in piedi dalla Meloni è una galleria degli orrori.

Tra i profili più torvi e minacciosi spicca, Eugenia Maria Roccella, la neo ministra della “Famiglia e Natalità”, con delega alle “Pari opportunità”.

Per la Roccella l’aborto è «il lato oscuro della maternità». La pillola abortiva “RU486”, «un enorme inganno».

Le unioni civili una via verso «la fine dell’umano». Sul divorzio breve: «Si tratta di una legge ideologica che vuole indebolire il matrimonio».

Contro l’omotransfobia, la neoministra ha prima combattuto il “ddl Scalfarotto” nel 2013 e poi il “ddl Zan”, nell’ultima legislatura.

Quella della Roccella è una biografia schizofrenica. 68 anni, bolognese, figlia di Francesco Roccella, uno dei fondatori del “Partito Radicale”, e della pittrice femminista Wanda Raheli, militante del Movimento di Liberazione della Donna (MLD), inizia ripercorrendo le orme dei genitori.

Nel 1975 con Adele Faccio, manda alle stampe il libro “Aborto: facciamolo da noi”, per un’interruzione di gravidanza libera e gratuita. Nel 1979, senza venire eletta, si candida col Partito radicale alla Camera.

Poi negli anni novanta il patatrac ideologico. Svalvola. Si scopre clericale e ultraconservatrice. Abbandona i Radicali, a suo dire, troppo libertari. Troppa libertà porta alla «distruzione dell’individuo».

Pubblica liberculi contro l’aborto, condanna tutte le tecniche di procreazione che permettono di avere figli a chi non può averli naturalmente. Diventa biografa di Silvio Berlusconi.

Al primo “Family day” del 2007 Roccella è portavoce della manifestazione.

Nel 2008 entra in parlamento nel con il “Popolo della Libertà”. Sottosegretaria al Welfare (2008) e alla Salute (2009). Firma una lettera aperta per promuovere la presunzione di innocenza dell’allora presidente del consiglio Silvio Berlusconi nel caso “Rubygate”. Viene rieletta alla Camera nel 2013, e alle scorse elezioni con “Fratelli d’Italia”.

Nel mirino ha già messo “fine vita e eutanasia”, così come il “suicidio assistito”.

Invoca “un tagliando” per la legge sull’aborto: «Perché va adattata ai nuovi fenomeni».

A mezza bocca, lei e la Meloni, giurano che la “legge 194” non la vuole manomettere nessuno, ma il compito, in prima battuta, è quello di convincere le donne a non abortire più.

Come?

Le Marche, per esempio, è un vero e proprio “laboratorio” delle politiche antiaborto di “Fratelli d’Italia”. La maggioranza di centrodestra guidata da Francesco Acquaroli, ha già deciso di opporsi all’aborto farmacologico e alle nuove linee di indirizzo ministeriali.

Nelle Marche l’obiezione di coscienza tra i ginecologi è al 70 per cento, più della media nazionale, che è del 64,6 per cento.

Basta guardare a quello che accade in Liguria. In ogni struttura ospedaliera, in cui si pratica l’interruzione volontaria di gravidanza, ci sono sportelli “pro vita”.

Oppure in Piemonte, con lo stanziamento di 400 mila euro per le cosiddette associazioni di volontariato antiabortiste.

Senza contare che nel primo giorno di lavori in Parlamento, Maurizio Gasparri ha presentato un Ddl per modificare l’art. 1 del codice civile. In parole povere, il senatore di “Forza Italia “, vuole riconoscere la capacità giuridica al concepito, garantendogli pieni diritti già all’atto del concepimento e non dopo la nascita, come succede ora.

Insomma, hanno fatto trenta, faranno trentuno? Occhio.

Alfredo Facchini