mercoledì, Febbraio 11, 2026

Riparte dalla centrale di Tihange il nucleare europeo

In Belgio un ricorso ha congelato l’autorizzazione concessa all’operatore Engie (tramite Electrabel) per demolire due torri di raffreddamento sul sito di Tihange, con lavori previsti a partire da settembre 2026. Il punto, però, non è solo urbanistico o tecnico: chi ha presentato il ricorso sostiene che abbattere quelle torri renderebbe “irreversibile” una scelta energetica mentre il Paese sta riaprendo la partita sul nucleare.

Secondo QU4TRE, che attribuisce l’informazione ai quotidiani L’Echo e De Tijd, il ricorso proviene da “almeno sei” soggetti: WePlanet, la Huy, il gruppo cittadino 100TWh e due persone fisiche. La stessa fonte riporta l’argomento centrale: la demolizione inciderebbe in modo non reversibile sul parco nucleare, con conseguenze su sicurezza degli approvvigionamenti ed emissioni.

Come si “ferma” una demolizione senza essere una maggioranza

La prima domanda che viene spontanea è se questo risultato presupponga un grande movimento nuclearista di massa. In realtà, per come emerge dalle fonti, la leva decisiva è procedurale. In Belgio, su atti amministrativi di questo tipo, un ricorso può produrre un congelamento dell’autorizzazione mentre si apre la fase di decisione nel merito.

RTC/QU4TRE scrive che ora la palla è nel campo del ministro vallone competente per l’assetto del territorio, François Desquesnes, e che la procedura prevede una sequenza di tempi tecnici (rapporto e decisione) tale da portare a un esito prima dell’estate.

Questo spiega perché l’azione non richiede necessariamente “forza” in senso numerico, ma richiede comunque “forza” in senso organizzativo: capacità legale, coordinamento, continuità, e soprattutto l’abilità di trasformare una posizione politica in un argomento giuridicamente spendibile, qui condensato in una parola-chiave: irreversibilità.

Il comunicato ufficiale del Comune di Huy è esplicito: la demolizione, sostiene la città, renderebbe impossibile proseguire l’esercizio o riattivare quei reattori in caso di cambio di rotta nazionale, con impatti anche economici e occupazionali sul territorio.

Un pro-nucleare “nuovo”: clima, sicurezza energetica, infrastrutture

La seconda anomalia è culturale. Non è il classico conflitto tra ambientalismo e nucleare: qui una parte dell’attivismo si presenta come pro-nucleare e usa argomenti climatici. WePlanet rivendica di aver presentato l’appello contro il permesso e descrive la demolizione come un passo irreversibile con ricadute su politica climatica, sicurezza energetica e prezzi.

Non si tratta solo di comunicazione. Il caso Tihange mostra un pro-nucleare che si muove su un terreno dove, negli ultimi anni, è cambiata la grammatica del dibattito: decarbonizzazione, rischio geopolitico, stabilità della rete.

E questo avviene mentre il governo federale belga, secondo Reuters, ha ripreso i colloqui con Engie per valutare ulteriori estensioni di vita dei reattori oltre gli accordi già previsti, con un coinvolgimento diretto del primo ministro Bart De Wever e del ministro dell’energia Mathieu Bihet.

In altre parole: l’attivismo pro-nucleare non “vince” da solo. Diventa efficace quando aggancia una finestra politica aperta, e prova a impedire che un atto tecnico chiuda materialmente quella finestra prima che il confronto nazionale si chiuda.

Il fenomeno oltre il Belgio: associazioni pro-nucleare in Europa

Il Belgio non è un’eccezione isolata. In diversi paesi europei sono emerse associazioni che puntano a rendere il pro-nucleare una posizione presentabile anche in chiave ecologica. In Francia, l’associazione Voices of Nuclear si definisce esplicitamente orientata al riconoscimento del nucleare come essenziale per la transizione ecologica. In Germania, Nuklearia dichiara di voler diventare una voce di riferimento per bilanciare un dibattito percepito come dominato da organizzazioni antinucleari.

Il tratto comune non è l’industria che parla per sé, ma la costruzione di una “licenza sociale” del nucleare: non più come simbolo di modernità industriale, ma come tecnologia da includere nel mix per obiettivi climatici e di sicurezza energetica. Questa trasformazione è favorita dal fatto che, dopo le crisi energetiche recenti, molti governi hanno smesso di trattare la politica energetica come un terreno “tecnico” separato dalla geopolitica.

Foto Comité Écologique Belge CC BY-SA 4.0

Alleati istituzionali: la European Nuclear Alliance e il rientro del nucleare nell’agenda UE

Il riemergere di un attivismo pro-nucleare è parallelo a un fatto istituzionale: in Europa esiste una coalizione di Stati che coordina posizioni favorevoli al nucleare in sede UE. Un comunicato del governo svedese su una riunione dell’Alleanza del giugno 2025 elenca i paesi partecipanti, tra cui Belgio, Francia, Italia e altri, con alcuni osservatori.

Non è un dettaglio: la politica energetica nell’Unione Europea passa anche da regole su finanza, aiuti di Stato, tassonomie, industria e filiere. Se cresce un fronte statale pro-nucleare, cresce anche la possibilità che movimenti e associazioni trovino interlocutori istituzionali pronti a far valere la stessa narrativa: decarbonizzazione sì, ma senza affidare tutto a tecnologie intermittenti e a importazioni energetiche.

I referendum “contro” e le inversioni di marcia

Qui entra un elemento che rende il quadro europeo più complesso: in diversi paesi il rifiuto del nucleare è stato sancito democraticamente, e proprio per questo ogni inversione di rotta è politicamente sensibile.

In Italia, nel referendum del 2011, oltre il 90% dei votanti si espresse per il “no” alla ripresa del programma nucleare, dopo che un precedente referendum del 1987 aveva già avviato l’uscita. E tuttavia, sempre Reuters, nel 2024 segnalava che il governo italiano stava preparando un percorso regolatorio per nuove tecnologie nucleari, indicato come possibile passo verso un superamento del divieto.

In Austria, la centrale di Zwentendorf non entrò mai in funzione dopo il referendum del 1978; il sito della stessa struttura ricorda che a seguito di quel voto venne approvata una legge di divieto dell’uso dell’energia nucleare.

In Svizzera, nel 2017 gli elettori approvarono un piano governativo che includeva il divieto di nuove centrali, adottato dopo Fukushima, e che nel 2024 il governo ha annunciato l’intenzione di proporre la rimozione di quel divieto per ragioni di sicurezza dell’approvvigionamento.

Il Belgio stesso è un caso di inversione formale: nel maggio 2025 il Parlamento ha cancellato la legge di uscita dal nucleare del 2003 e il divieto di costruire nuovi impianti, secondo The Brussels Times. E nel 2026, mentre si discute di ulteriori estensioni operative, la demolizione di due torri a Tihange diventa il punto in cui un atto tecnico rischia di decidere, di fatto, la politica prima della politica.

L’ultima parola non è “pro” o “contro”: i dubbi scientifici restano, e sono strutturali

Raccontare questa nuova galassia pro-nucleare non significa chiudere la discussione sulla sicurezza. Significa, semmai, chiarire che il ritorno del nucleare nell’agenda non cancella le ragioni per cui molti paesi hanno scelto di uscirne o limitarlo. L’International Atomic Energy Agency, riflettendo sulle lezioni di Fukushima, sottolinea che l’incidente ha rafforzato l’importanza di standard di sicurezza adeguati, nazionali e internazionali, e di una robusta cultura regolatoria.

L’UNSCEAR ricorda che le proprie valutazioni scientifiche su livelli ed effetti dell’esposizione alle radiazioni nel caso Fukushima si basano sull’insieme delle evidenze disponibili fino alla fine del 2019, un richiamo utile a ricordare che la conoscenza del rischio è materia che richiede aggiornamento continuo e trasparenza.

E poi c’è il tema che nessuna comunicazione “verde” può aggirare: la gestione delle scorie su orizzonti temporali lunghissimi. Un rapporto dell’OECD Nuclear Energy Agency discute proprio se e come la sicurezza di lungo periodo dello smaltimento dei rifiuti radioattivi possa essere valutata e dimostrata, a conferma che non è una questione ideologica ma una questione di metodo, di governance e di credibilità istituzionale.

La storia delle torri di Tihange, allora, vale più del suo dettaglio locale. Mostra che il nucleare, in Europa, sta rientrando non solo per decisione di governo, ma anche per pressione dal basso di movimenti che si presentano come climatici. Mostra anche che la battaglia non è sempre “per costruire”, ma spesso per impedire che la dismissione renda irreversibile una scelta prima che il conflitto politico sia maturato.

E mostra, infine, perché il nodo non può essere ridotto a un derby: ogni inversione di rotta porta con sé la domanda che non cambia mai, e che oggi torna in forme nuove, tra sicurezza, costi, tempi industriali e responsabilità sulle generazioni future.

Tihange Nuclear Power Station (Huy, Belgium) Foto Trougnouf (Benoit Brummer) CC BY 4.0

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