C’è un modo semplice per leggere il 2025 sanitario italiano: non è l’anno in cui “il pubblico va male” e “il privato va bene”. È l’anno in cui una fetta crescente di popolazione ha scoperto che, davanti a una visita o a un esame, la scelta reale non è tra due canali, ma tra tre esiti: aspettare, pagare, oppure rinunciare.
L’indagine commissionata da Facile.it a mUp Research — condotta tra il 19 e il 23 gennaio 2026 su un campione rappresentativo — mette in fila numeri che, letti insieme, non descrivono solo un problema organizzativo, ma una trasformazione sociale. Nel 2025, 13,6 milioni di italiani hanno rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria. E nello stesso anno circa 26 milioni si sono rivolti alla sanità privata.
La prima reazione istintiva è pensare a un arretrato, a una coda post-pandemica che non si assorbe. Ma il report suggerisce qualcosa di più strutturale: l’attesa non è più solo lunga, in molti casi è impraticabile. E quando l’attesa diventa impraticabile, il privato smette di essere un’opzione: diventa una scorciatoia obbligata.
Il collo di bottiglia: attese e “liste chiuse”
La sanità pubblica, dice l’indagine, nel 2025 ha avuto un tempo medio di attesa di 87 giorni per una prestazione; nel Mezzogiorno si sale a 91. Nel privato si scende a 18 giorni, senza grandi differenze territoriali.
Fin qui potremmo limitarci alla solita denuncia delle “liste infinite”. Ma il punto più rivelatore è un altro: le cosiddette “liste d’attesa chiuse”. Quasi 7 pazienti su 10 dichiarano che almeno una volta si sono sentiti rispondere che non c’era disponibilità per prenotare. Tradotto: non è “torna tra due mesi”, è “non posso nemmeno metterti in fila”.
È in questo passaggio che cambia la natura del problema. Quando una lista è lunga, il cittadino prova a resistere: incastra i tempi, si arrangia, rimanda. Quando la lista è chiusa, l’istituzione non sta gestendo una coda: sta respingendo domanda. E la domanda respinta va da qualche parte. O sparisce, cioè diventa rinuncia. Oppure si trasforma in spesa privata.
L’indagine offre anche un dettaglio che aiuta a capire quanto la “fuga” sia concreta: alcune branche arrivano a tempi d’attesa medi nel pubblico superiori ai tre mesi, mentre nel privato restano nell’ordine di settimane.
Non serve essere clinici per intuire l’effetto: ciò che era programmabile (una visita specialistica, un controllo, un esame diagnostico) diventa un campo minato di rinvii. E a quel punto “prevenzione” non è più una parola sanitaria: è un privilegio organizzativo.
Il privato, una storia nota: tempi più rapidi, prezzi più alti
Quando si passa nel privato, il tempo si compra. Ma si compra caro. La spesa media per una prestazione in regime di solvenza nel 2025, secondo l’indagine, è stata 325 euro.
La cifra media è utile perché rende visibile il salto: non parliamo di “qualche decina di euro”, parliamo di un livello di spesa che pesa davvero su un bilancio familiare, soprattutto se la prestazione non è una tantum e se si somma ad altre (diagnostica, controlli, terapie).
E infatti la rinuncia non è un fenomeno marginale o “di frangia”. Nel report si dice che chi rinuncia tende soprattutto a saltare visite specialistiche (la quota è altissima), ma non mancano rinunce a esami e perfino a interventi chirurgici. Le ragioni principali sono due e si equivalgono in modo inquietante: tempi di attesa (63%) e costi del privato (62%).
Questo incrocio racconta un paese in cui il cittadino viene spinto in una tenaglia: se aspetta rischia di peggiorare, se paga rischia di svenarsi, se rinuncia entra nella zona grigia del “poi si vede”. È la sanità come selezione: non selezione per bisogno clinico, ma per capacità economica e logistica.
Assicurazioni: la rete che non c’è (o non è per tutti)
Di fronte a un sistema così, la soluzione “da brochure” sarebbe: assicurazioni sanitarie. Solo che, sempre secondo l’indagine, solo il 23% degli italiani ha potuto contare su una copertura assicurativa per sostenere le spese nel privato.
E la distribuzione territoriale chiarisce perché questa non è una “soluzione di mercato” neutra: al Nord la copertura sale fino a circa 28,9%, al Centro è 25%, al Sud scende fino a 15%.
Quindi il paese che usa di più il privato (per necessità) è anche quello che ha meno strumenti per difendersi dal costo del privato. Qui la sanità non produce solo diseguaglianza: la amplifica.

Curarsi a debito: la normalizzazione del prestito sanitario
Il punto più politico, però, arriva quando si guarda a come gli italiani pagano ciò che non riescono ad ottenere nei tempi del pubblico. L’indagine stima che nel 2025 circa 1,7 milioni di persone abbiano chiesto un prestito per far fronte a spese mediche.
E qui entra un secondo set di dati, complementare e prezioso, perché non viene da impressioni: l’osservatorio congiunto Facile.it – Prestiti.it. Secondo questa analisi, considerando le richieste di prestiti personali per spese mediche presso finanziarie, nel 2025 sarebbero stati erogati circa 1,4 miliardi di euro (e la cifra reale cresce se si includono prestiti finalizzati in struttura o aiuti informali da parenti e amici).
La parte metodologicamente più importante, che vale la pena citare esplicitamente, è questa: l’analisi sui prestiti è costruita su un campione di oltre 500.000 richieste raccolte nel 2015 e nel 2025 su Facile.it e Prestiti.it.
Non stiamo parlando di un aneddoto o di “qualche caso”: stiamo guardando un fenomeno che ha massa statistica.
E il trend, in dieci anni, dice molto sulla trasformazione della sanità vissuta dalle famiglie. Nel 2015 i prestiti per spese sanitarie erano circa il 3,8% del totale; nel 2025 arrivano a poco meno del 4,5%, con una crescita indicata del 17%. Nello stesso arco di tempo l’importo medio richiesto si riduce sensibilmente fino a valori medi intorno ai 5.800 euro.
È un dato controintuitivo ma rivelatore: non significa che le cure costino meno. Significa che il prestito sanitario, da evento eccezionale legato a spese molto grandi, tende a diventare uno strumento di gestione di spese più frequenti: odontoiatria, diagnostica, visite private per saltare l’attesa. La sanità “a rate” non è più un incidente: è una strategia di sopravvivenza domestica.
Rinuncia e diseguaglianza: il paese che si spezza
Il report segnala anche un aspetto che smonta l’idea “sono tutti nella stessa barca”: la rinuncia alle cure è più frequente nel Centro-Sud (36%) che nel Nord (29%).
È coerente con tutto il resto: meno coperture assicurative, redditi medi più bassi, tempi più critici, e spesso una maggiore dipendenza dal privato quando il pubblico non regge.
In questo quadro si inserisce la migrazione sanitaria, cioè la scelta (o la necessità) di spostarsi fuori regione per curarsi. L’indagine parla di 2,6 milioni di italiani che nell’ultimo anno hanno dovuto lasciare la propria regione per ricevere cure, e indica tra le regioni più attrattive Lazio, Emilia-Romagna e Lombardia.
Anche qui non serve la propaganda. Basta cogliere il punto: quando le persone si muovono per curarsi, non stanno esercitando un “diritto di scelta” in senso astratto. Spesso stanno compensando una carenza. E il risultato è un doppio effetto: chi parte paga costi aggiuntivi (tempo, trasporti, alloggi, assistenza familiare), chi resta vede indebolirsi ulteriormente il sistema locale.
Il punto centrale: la sanità come triage economico
Se metti in fila questi elementi — attese quasi trimestrali, prenotazioni negate, privato più rapido ma costoso, assicurazioni minoritarie e diseguali, prestiti sanitari in crescita — esce un’immagine netta: il Servizio sanitario sta rischiando di trasformarsi in un triage economico.
Non è una frase ad effetto. È la descrizione di un meccanismo: il bisogno clinico non basta più, servono anche risorse (denaro, tempo, rete familiare, mobilità). E chi non ha queste risorse scivola verso la rinuncia oppure verso un indebitamento che, nel lungo periodo, è un’altra forma di impoverimento.
Cosa significa “ridurre le liste” oggi
“Ridurre le liste d’attesa” è diventato uno slogan che tutti ripetono perché nessuno può contestarlo. Ma il report suggerisce che oggi il problema non è solo la velocità della fila: è la tenuta dell’accesso. Se quasi 7 persone su 10 incontrano almeno una volta una prenotazione impossibile, non basta “smaltire arretrati”: bisogna impedire che l’agenda si chiuda come risposta standard alla domanda.
E soprattutto bisogna guardare il fenomeno per quello che è: una questione di equità, non solo di efficienza. Perché quando 13,6 milioni di persone rinunciano, non stiamo discutendo un disservizio: stiamo discutendo la misura reale di un diritto.
Se il 2025 è stato l’anno in cui curarsi è diventato, per molti, una combinazione di attesa, spesa o debito, il 2026 rischia di essere l’anno in cui questa combinazione si normalizza. Ed è proprio la normalizzazione il passaggio più pericoloso: quando rinunciare non fa più notizia, il Servizio sanitario resta “universale” sulla carta, ma selettivo nella vita quotidiana.


