Dall’Europa, il discorso di martedì del presidente Trump alla base dei Marines di Quantico suona come uno strappo che va oltre i confini americani. Non è solo la frase, già di per sé incendiaria, sull’idea di usare San Francisco, Chicago, New York e Los Angeles come “campi di addestramento” per i militari.
E’ l’impianto che rovescia una regola cardine delle democrazie: l’imparzialità delle forze armate e il loro impiego contro minacce esterne, non come strumento di contesa politica interna. Il messaggio è arrivato mentre a Washington si consuma lo scontro sullo shutdown e i repubblicani dominano entrambe le Camere insieme alla Casa Bianca, contesto che in Europa viene letto come un moltiplicatore di potere esecutivo con pochi contrappesi immediati.
A preoccupare le capitali europee non è un dettaglio dottrinario. In giugno, Marines in servizio attivo sono stati inviati a Los Angeles accanto alla Guardia Nazionale, con un ritiro parziale deciso solo a luglio, e in queste settimane la Casa Bianca annuncia o avvia nuovi schieramenti della Guardia in città come Memphis e spinge a federalizzare la risposta alla criminalità anche dove i leader locali non la chiedono.
È una discontinuità visibile rispetto all’uso tradizionale dello strumento militare in ambito domestico, coperta da interpretazioni aggressive delle eccezioni legali.
Nel diritto statunitense esiste un argine storico: il Posse Comitatus Act del 1878, che limita l’utilizzo dei militari federali per la polizia interna, con eccezioni come l’Insurrection Act. Non riguarda sempre la Guardia Nazionale quando resta sotto comando dei governatori, ma torna vincolante quando viene “federalizzata”.
È su queste pieghe che l’amministrazione sta giocando, fino a ventilare l’uso di avvocati militari (JAG) come giudici dell’immigrazione, un passo che giuristi americani definiscono quantomeno discutibile sul piano della separazione delle funzioni. Visto dall’Europa — dove la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e le prassi NATO insistono sull’apoliticità delle forze armate — l’ibridazione tra ruoli militari e funzioni civili di giustizia è un segnale d’allarme, non un tecnicismo.

Non si tratta soltanto di giurisprudenza. La marcia dentro le istituzioni culturali è già cominciata: in primavera la Naval Academy ha rimosso centinaia di titoli dalla biblioteca con successivo ripensamento parziale. La politicizzazione del canone non è un dettaglio accademico; è il segnale di una militarizzazione del discorso pubblico che, incrociata con gli schieramenti nelle città, scardina l’idea di un esercito “di tutti”.
Per chi guarda dagli Stati membri UE, abituati a un controllo parlamentare stringente sulle forze armate, il messaggio è semplice: la coesione sociale non si difende con i plotoni, e la neutralità militare è una risorsa strategica, non un orpello.
C’è poi la dimensione alleata. Mentre la Casa Bianca sposta l’attenzione sulle “guerre interne”, l’Europa fronteggia incursioni di droni e sconfinamenti aerei russi che toccano i cieli di Polonia, Estonia e Danimarca, con riunioni straordinarie NATO e perfino l’ipotesi di una “drone wall” europea.
In questo quadro, ogni scelta che distrae l’apparato militare americano dal compito primario — la deterrenza esterna — indebolisce il pilastro atlantico e manda un segnale sbagliato a Mosca. È anche una questione di percezione: quando un presidente parla di usare città americane come terreno d’addestramento, ai partner che monitorano droni sul Baltico o caccia che sconfinano nel Golfo di Finlandia arriva l’eco di una priorità invertita.
Da Roma il punto è doppio. Primo: riaffermare, in ogni sede euro-atlantica, i paletti democratici sull’uso interno delle forze armate, perché l’apoliticità del soldato è condizione di credibilità esterna e di sicurezza nostra. Secondo: accelerare, non rallentare, l’integrazione europea della difesa e le capacità anti-drone, senza cadere nell’equivoco dell’autarchia, ma sapendo che l’affidabilità transatlantica dipende anche da come Washington tratta i propri militari e i propri civili.
L’America è e resta l’alleato indispensabile; proprio per questo la sua forza non può essere piegata a compiti di parte. Lo sapevano i padri fondatori quando temevano l’esercito permanente “interno”; lo sanno bene, oggi, le democrazie che convivono con la guerra ai confini e hanno bisogno che la più grande macchina militare del mondo guardi fuori, non dentro.


