sabato, Dicembre 6, 2025

Armi, vendite record. Affari d’oro per l’Italia

Nel 2024 le fabbriche di armi hanno fatto segnare un nuovo record mondiale. A dirlo è il rapporto più recente e aggiornato del Sipri, l’istituto svedese di ricerca su conflitti e armamenti, che ogni anno pubblica la classifica delle cento maggiori aziende produttrici di sistemi d’arma e servizi militari. È il documento uscito a dicembre 2025, l’ultimo disponibile: fotografando i bilanci del 2024, racconta un pianeta che si riempie di appalti, ordini, nuove linee produttive. E, dentro questo scenario, racconta anche l’Italia.

Nel complesso, i ricavi militari delle prime cento aziende del mondo hanno raggiunto i 679 miliardi di dollari, con una crescita del 5,9% rispetto all’anno precedente. È il livello più alto mai registrato dal Sipri. Nell’arco di un decennio, dal 2015 al 2024, i fatturati bellici dei giganti del settore sono aumentati del 26%. Mentre si parla di “pace” nei consessi internazionali, i conti economici dell’industria di guerra disegnano una marcia costante: gli ordini si accumulano, i governi firmano contratti pluriennali, i ritardi di produzione vengono usati come argomento per investire ancora di più.

Quasi metà di questa montagna di denaro finisce nelle casse delle aziende statunitensi, che da sole assorbono il 49% dei ricavi complessivi. Al secondo posto c’è l’Europa, con il 22%: ventisei aziende del continente – senza contare la Russia – che insieme raggiungono 151 miliardi di dollari di ricavi militari e crescono del 13% in un solo anno. È il riflesso diretto della corsa al riarmo seguita alla guerra in Ucraina, ma anche della moltiplicazione di missioni, basi, programmi comuni. In questo contesto, l’Italia gioca un ruolo tutt’altro che marginale.

Nel club dei cento colossi globali compaiono infatti due imprese italiane: Leonardo e Fincantieri. Insieme, nel 2024, hanno totalizzato 16,8 miliardi di dollari di ricavi militari, con un aumento del 9,1% rispetto al 2023. Vuol dire che da sole rappresentano circa il 2,5% di tutto ciò che le prime cento “fabbriche di morte” del pianeta incassano dalle forniture di armi e servizi alle forze armate. Non è una quota simbolica: è più di quella di molti Paesi che in Italia vengono percepiti come grandi potenze militari.

Leonardo è la punta di diamante del sistema bellico italiano. Il rapporto Sipri la colloca al dodicesimo posto mondiale e la indica come la seconda azienda europea per ricavi militari, subito dopo la britannica BAE Systems. Nel 2024 i suoi ricavi da armamenti sono saliti a 13,8 miliardi di dollari, con una crescita a doppia cifra (+10% annuo). Si tratta di elicotteri d’attacco e da trasporto, aerei militari, sistemi radar, elettronica per la guerra, missili, servizi di manutenzione e supporto. Lontanissima ormai l’immagine dell’“industria pubblica” di cui restava una partecipazione statale: oggi Leonardo è un conglomerato pienamente inserito nelle filiere globali del riarmo.

Non si limita infatti a produrre sulla base di commesse nazionali. Nel 2024 ha dato vita a una joint venture con la tedesca Rheinmetall per lo sviluppo di un nuovo carro armato principale e di un veicolo da combattimento per la fanteria destinati alle forze armate italiane, ma pensati chiaramente per il mercato internazionale.

E ha avviato, insieme a BAE Systems e ad alcune grandi imprese giapponesi, il programma per un caccia di sesta generazione: un progetto che lega ancora più strettamente l’industria bellica italiana agli equilibri militari di Nato e alleati asiatici. Ogni partnership è un capitolo in più nella trasformazione di Leonardo in nodo strategico della catena europea e atlantica delle armi.

Accanto a Leonardo c’è Fincantieri, al cinquantaquattresimo posto nella classifica globale. Per il gruppo cantieristico, i ricavi militari arrivano a 3 miliardi di dollari circa e rappresentano una quota consistente del business complessivo. Nei numeri del Sipri rientrano le navi da guerra per la Marina italiana – fregate, pattugliatori, sommergibili – ma anche le unità vendute all’estero: corvette e fregate per l’Egitto, il Qatar, l’Indonesia, senza contare le commesse NATO che transitano attraverso le filiere dei Paesi partner. Dietro ogni scafo varato ci sono equipaggiamenti, sistemi d’arma, tecnologia: un’economia intera che campa sulla trasformazione di acciaio e elettronica in potenza di fuoco.

Il rapporto sottolinea un altro aspetto decisivo: l’espansione della capacità produttiva. Nel 2024 almeno 38 aziende del club delle cento – di cui 17 europee – hanno aperto nuovi stabilimenti, acquisito società, creato nuove linee produttive per rispondere alla crescita della domanda. Significa che non siamo di fronte a un picco congiunturale, ma a un investimento strutturale nel futuro della guerra. L’Europa, e con essa l’Italia, non solo compra più armi: sta costruendo più fabbriche per produrle, consolidando un’industria che dovrà essere alimentata da conflitti e tensioni per restare redditizia.

Mentre questo accade, i conti pubblici vengono riscritti di conseguenza. La crescita dei fatturati militari non cade dal cielo: è pagata con soldi pubblici che vengono sottratti alla sanità, alla scuola, ai servizi sociali. Il Sipri non entra in questi dettagli nazionali, ma basta sovrapporre le curve dei bilanci della Difesa e quelle dei tagli al welfare per capire chi guadagna e chi perde. Le imprese italiane delle armi – Leonardo, Fincantieri e la loro galassia di subfornitori – si collocano esattamente sul lato dei vincitori.

Sul fronte internazionale, lo stesso rapporto mostra come le guerre in corso alimentino la macchina. Le aziende tedesche e dell’Europa orientale crescono a ritmi spettacolari grazie alla domanda legata all’Ucraina; i gruppi israeliani aumentano i ricavi spinti dall’offensiva su Gaza e dalle esportazioni di droni e sistemi antimissile; i colossi turchi, sauditi ed emiratini si consolidano come nuove potenze esportatrici. In questo mosaico, l’Italia è partner e fornitore, mai spettatrice neutrale.

La narrazione ufficiale parla di “difesa” e “sicurezza”, di posti di lavoro e di “alta tecnologia”. Ma i numeri del Sipri mostrano altro: un sistema industriale che, mentre il linguaggio politico si riempie di richiami alla pace, investe per produrre più armi, più a lungo e su scala più vasta. L’ultimo rapporto, il più aggiornato che abbiamo, non è un semplice elenco di aziende e fatturati: è la mappa delle fabbriche di morte del pianeta. In quella mappa l’Italia c’è, ben visibile. Fingere di non vederla significa accettare che il futuro economico del Paese venga legato sempre più strettamente alla capacità di costruire strumenti di guerra.

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