Patente sospesa per THC: ma era un attacco epilettico

Il nuovo Codice della Strada, entrato in vigore nel dicembre scorso, prometteva tolleranza zero. E i numeri sembrano confermare l’intenzione: nei primi tre mesi del 2025 sono già state ritirate oltre 16.000 patenti, quasi la metà di quelle totali dell’intero 2024.

Un boom che ha mandato in tilt uffici comunali, generato confusione tra le forze dell’ordine e innescato non pochi contenziosi. Ma dietro le cifre, c’è anche chi paga il prezzo più alto. È il caso di Elena Tuniz, insegnante friulana di 32 anni, incappata in uno degli effetti paradossali della nuova normativa.

Il 7 gennaio, Elena è alla guida della sua auto quando viene colta da un malore. Perde il controllo del veicolo, sbandando contro un paletto. In ospedale, i medici non capiscono subito la natura dell’episodio e le viene fatto anche un test tossicologico, che segnala una “dubbia positività al THC”, il principio attivo della cannabis.

Solo la notte successiva, dopo un secondo attacco, arriva la diagnosi corretta: epilessia. Da quel momento inizia la terapia, che include anche cannabis terapeutica, regolarmente prescritta dal neurologo.

Ma la macchina burocratica non si ferma. Il sospetto legato alla presenza di THC fa scattare automaticamente la segnalazione per guida sotto l’effetto di stupefacenti, in base all’articolo 187 del nuovo codice. Le viene ritirata la patente per un anno, con un procedimento penale che potrebbe costarle fino a due anni di carcere e una multa salata.

Tutto questo, nonostante sia ormai chiaro che il malore era di origine neurologica e non causato da sostanze.

La vicenda di Elena mostra con chiarezza i limiti di una normativa solo in teoria pensata per colpire i comportamenti pericolosi, ma che nei fatti può finire per travolgere anche chi non ha fatto nulla di illecito. In particolare, la nuova stretta sugli esami tossicologici si scontra con la crescente diffusione della cannabis medica, ancora mal compresa nella prassi giuridica.

Il problema non è solo la legge, ma anche l’automatismo con cui viene applicata: bastano minime tracce di THC — che possono persistere a lungo nell’organismo — per attivare un procedimento, senza valutare il contesto clinico o l’effettiva alterazione alla guida.

Nel frattempo, la rigidità del sistema ha fatto esplodere il numero di sospensioni, soprattutto nelle grandi città: +77% a Roma, +253% a Milano, +214% a Genova. Gran parte dei ritiri è legata all’uso del cellulare alla guida, oggi punito con il ritiro immediato della patente e una decisione della Prefettura entro 15 giorni.

L’infrazione, se accertata, comporta almeno 15 giorni di sospensione se il conducente ha meno di 20 punti sulla patente, e può raddoppiare in caso di sinistro.

A far crescere ulteriormente i numeri ci sono le nuove “mini-sospensioni”, previste dall’articolo 218-ter, per infrazioni che prima non comportavano il ritiro della patente: passaggi col rosso, sorpassi a destra, mancate precedenze ai pedoni. Si tratta di provvedimenti brevi, da 7 a 15 giorni, applicati a chi ha meno di 20 punti.

Anche in questo caso la macchina amministrativa è sotto pressione, con le polizie municipali alle prese con accessi a pagamento alle banche dati, tempi ristretti, e otto passaggi burocratici per ogni ritiro, dalla verifica del punteggio fino alla redazione del verbale per la restituzione.

Secondo l’ANCI e le associazioni dei comandi municipali, la mole di lavoro è aumentata ovunque, mentre le risorse disponibili restano le stesse. Gli effetti deterrenti sembrano esserci ma restano le pesanti ricadute sui cittadini e sulle amministrazioni.

E mentre si attende una valutazione sull’efficacia della nuova normativa, casi come quello di Elena pongono un problema che mette a nudo come il nuovo codice della strada anzichè la sicurezza privilegi la punizione.