Mentre Jeff Bezos affitta la bellezza come fosse un salone eventi Amazon, centinaia di cittadini veneziani alzano la voce: “No space for Bezos”. Non è solo un motto ironico: è una denuncia lucida, viscerale, profondamente politica. Perché Venezia non è una scenografia, né un gadget di lusso da mostrare agli amici in giacca bianca. È una città viva, in sofferenza. E il matrimonio del magnate non fa che calpestarne, ancora una volta, i nervi scoperti.
Il sindaco Luigi Brugnaro si sforza di farci credere il contrario: “un’opportunità straordinaria”, “un evento che porta indotto”, “pubblicità mondiale per la città”. Una vecchia litania: ogni spettacolarizzazione della città viene rivenduta come “rilancio”. Ma rilancio di chi, per chi?
Il grande bluff del “matrimonio che porta soldi”
Sì, Bezos porta con sé catering, yacht, sicurezza e decorazioni. Ma non porta soluzioni. Il 70% dei veneziani se n’è andato negli ultimi decenni, fuggendo da un centro storico trasformato in vetrina. Gli affitti sono alle stelle, i negozi chiudono, le scuole svuotano. Lavorare a Venezia significa pendolarismo estremo o stipendi da fame nel turismo. E intanto l’amministrazione si entusiasma perché un miliardario americano ha scelto la Fondazione Cini per dire “sì”.
Che poi il “sì” vero Bezos lo ha già detto: alla privatizzazione del vivere. Al fatto che tutto, anche una città Patrimonio dell’Umanità, possa diventare un contenuto da monetizzare. Venezia, nel suo schema, è solo una miniatura di cartapesta da consegnare Prime al suo ego.
Chi sono i “No Space for Bezos”
Studenti, sindacati, abitanti. Gente vera, che a Venezia ci vive, ci lavora, o vorrebbe farlo. Le loro azioni non sono folkloristiche: sono un grido d’allarme. “Ci butteremo nei canali”, dicono. E non è una provocazione. È la misura disperata di chi vede la propria città ridursi a souvenir per miliardari.
Non sono contro Bezos perché è ricco. Sono contro un modello. Quello che fa dei luoghi pubblici un palcoscenico per l’élite. Che trasforma la cultura in decorazione. Che si illude di risolvere la crisi urbana con lo champagne degli altri.
Venezia ha bisogno di case, non di yacht
L’unico Mose che servirebbe è un argine contro l’espulsione sociale. Venezia ha bisogno di studenti, famiglie, botteghe, residenze accessibili. Non di elicotteri VIP che atterrano a San Clemente. Le “ricadute economiche” del matrimonio? Brand effimero e vetrina passeggera. Ma i costi della marginalizzazione urbana li pagheranno i residenti, ancora una volta.
Bezos, il tuo pacco non ci serve
La protesta “No Space for Bezos” non è solo contro un matrimonio. È contro l’idea che la città appartenga solo a chi può permettersi di comprarla. Venezia non è una sede eventi di Amazon né una location per Prime Video. È una comunità, un luogo fragile, una bellezza che non si impacchetta.
E allora sì, l’ultimo pacco di Jeff, stavolta, rimandiamolo indietro. Indirizzo sconosciuto, mittente non trovato.



