Nell’economia dell’attenzione Google toglie spazio al web

Quando Google ha introdotto i suoi AI Overviews — quelle sintetiche risposte AI in cima ai risultati di ricerca — nessuno immaginava che questo cambiamento avrebbe segnato una svolta epocale. Eppure i numeri sono evidenti: secondo SimilarWeb, le ricerche che terminano senza alcun clic — ossia senza che l’utente visiti un sito — sono passate dal 56% al 69% nel giro di un anno.

In pratica, sette persone su dieci trovano quello che cercano direttamente su Google e non entrano mai nei siti delle testate giornalistiche. Una trasformazione radicale — testimoniata dal crollo delle visite mensili sui siti di informazione, da 2,3 miliardi a 1,7 miliardi.

Da dove nasce questo cambiamento?
Questo fenomeno si inserisce in un panorama più ampio: quello dell’economia dell’attenzione, un modello in cui la nostra capacità di concentrazione, trasformata in risorsa scarsa, diventa moneta di scambio. Un’idea che si era già affacciata negli anni Settanta, ma che oggi si traduce in streaming di contenuto rapido e immediato, dominato dalle logiche dei bot, dei clic e dell’engagement.

È un’epoca in cui “avere visibilità” significa molto, ma spesso non coincide più con “produrre conoscenza”. I nuovi snippet AI sintetizzano e servono risposte in un lampo, ma questo significa sottrarre traffico, entrate pubblicitarie e fondi vitali a chi, prima, li generava con tradizionali contenuti approfonditi.

Quali sono gli effetti reali?
Le testate online ne soffrono in modo drammatico. Siti come BuzzFeed hanno visto aumentare le ricerche senza clic dal 53% al 61% , in altri ambiti come fashion e travel i cali di traffico hanno superato il 70% . Anche piattaforme educational come Chegg segnalano che gli studenti preferiscono la sintesi istantanea piuttosto che approfondire sui siti.

Sul fronte opposto, gli AI chatbot — come ChatGPT e compagnia — iniziano a restituire traffico ai siti web, ma a oggi il loro impatto è marginale: in Italia i click referral generati nel 2025 sono ancora molto lontani dai volumi tipici di Google, che vale miliardi di visite.

Dalla superficie alla sostanza
Questa migrazione spinge contenuti sempre più brevi, emozionali, polarizzati. Il valore della riflessione, dell’investigazione, della qualità si perde. Non è solo un danno economico per le redazioni: è una perdita collettiva in termini cognitivi e civili. Se leggiamo solo pillole informative, non possiamo più comprendere la complessità: diventiamo più vulnerabili alla disinformazione e alla manipolazione emotiva.

Eppure c’è risposta
In Europa è stata avanzata un’azione antitrust contro Google: l’Independent Publishers Alliance ha denunciato l’uso non equo dei contenuti all’interno degli AI summaries . Queste iniziative puntano a riconoscere un equo indennizzo ai produttori originali.

Nel frattempo, i grandi editori stanno esplorando nuovi modelli: abbonamenti, newsletter premium, eventi live. Alcuni hanno riconvertito la strategia SEO in “AI‑SEO”: creare contenuti che siano più del semplice snippet, indispensabili per comprendere un tema a fondo.

L’attenzione come cura e non come commodity
Il vero nodo non è vietare gli AI Overviews, ma imparare a usare l’attenzione in modo strategico, non impulsivo. È questa che – se coltivata – può far rivivere l’informazione di qualità. Serve una cultura condivisa in cui l’attenzione non sia mero ingaggio, ma leva per conoscenza, partecipazione, consapevolezza.

Sta a noi scegliere: restare vittime di un flusso superficiale o costruire nuovi spazi di esperienza digitale che valorizzino chi produce cultura e chi vuole comprenderla. Solo allora l’attenzione smetterà di essere una trappola, per tornare a essere la base su cui si fonda un sapere resistente.