Non doveva essere il futuro in cui l’Intelligenza Artificiale ci liberava dalla fatica fisica? Allora perché oggi c’è chi pedala a 40 gradi sotto il sole per portarti il pranzo a casa?
Ce lo avevano promesso: il progresso tecnologico avrebbe liberato l’uomo dal lavoro più faticoso, più ripetitivo, più logorante. L’intelligenza artificiale, ci dicevano, avrebbe automatizzato i compiti pesanti, lasciando a noi esseri umani le attività più leggere, creative, gratificanti.
E invece? Invece eccoli qua i nuovi lavoratori del XXI secolo: i rider.
Pedalano sotto il sole, attraversano strade roventi, si piegano fisicamente per consegnare sushi e panini, e tutto questo mentre l’algoritmo – che dovrebbe semplificare la vita – continua a ordinare, smistare, assegnare senza mai fermarsi.
Loro sudano, l’algoritmo no.
Loro rischiano il colpo di calore, l’algoritmo processa ordini al fresco dei server climatizzati.
Abbiamo creato una macchina perfetta per ignorare la fatica umana
Il vero paradosso non è solo che questi lavori esistano ancora. È che siano organizzati da un’intelligenza artificiale che non ha il corpo, e quindi non sente la sofferenza del corpo umano.
In teoria l’algoritmo dovrebbe ottimizzare: evitare di far pedalare le persone sotto 40 gradi, sospendere le consegne nelle ore più calde, prevenire rischi.
Invece no. L’algoritmo ottimizza il profitto, non la salute.
Quindi ordina e distribuisce consegne anche quando fuori si boccheggia, lasciando al singolo rider la scelta:
o lavori e rischi, oppure stai fermo e perdi visibilità nella piattaforma.
È la forma moderna del caporalato. Solo che il caporale almeno lo guardavi in faccia, magari ti insultava ma era umano.
L’algoritmo no. È silenzioso, invisibile, impersonale. Ti punisce senza dirtelo. Ti penalizza se ti fermi.
Una regressione storica mascherata da innovazione
Così, mentre parliamo di smart working e automazione, scopriamo che i rider del 2025 vivono come i braccianti del 1925.
Pagati a consegna, esposti al caldo, senza ferie né tutela sanitaria.
Solo che allora c’era il sole della campagna, oggi c’è quello dell’asfalto urbano che porta le temperature percepite oltre i 40 gradi.
Abbiamo inventato l’economia digitale per tornare a lavorare peggio di prima.
Abbiamo travestito il lavoro povero e faticoso con una patina tecnologica che non cambia la sostanza: è sempre il corpo del lavoratore a pagare il prezzo del progresso.
Le misure adottate? Briciole
Glovo ha offerto un “bonus caldo” che può arrivare a 20 centesimi a consegna se il termometro supera i 40 gradi.
Venti centesimi contro il rischio di disidratazione, colpo di calore, infortunio.
Il Piemonte ha introdotto un divieto parziale nelle ore più calde, ma nel resto d’Italia il silenzio è assordante.
A livello nazionale si firma un protocollo che dice che il caldo è un rischio, ma poi nessuno impone davvero lo stop alle consegne.
Il clima cambia il lavoro, ma le tutele restano ferme a un secolo fa
La crisi climatica non è una teoria, è la realtà quotidiana per chi lavora per strada.
Nei cantieri e nei campi da anni si fermano i lavori quando fa troppo caldo. Perché per i rider no? Perché continuiamo a considerarli “autonomi” quando nella realtà sono lavoratori poveri e senza protezione?
La verità è che abbiamo costruito un’economia che scarica sul lavoratore tutti i rischi: il rischio di malattia, di povertà e ora anche di clima.
L’algoritmo distribuisce guadagni e ordini, ma il caldo e la fatica li sopporta chi pedala.
Abbiamo sbagliato tutto: l’intelligenza artificiale non ha liberato dal lavoro fisico, l’ha solo nascosto dietro uno schermo
Non abbiamo automatizzato il lavoro per eliminare la fatica umana.
Abbiamo solo nascosto la fatica dietro un’interfaccia digitale.
Il cliente clicca su un’app e si illude che tutto sia automatico. Ma dietro quella consegna ci sono gambe che pedalano, schiene piegate, mani sudate che reggono il telefono.
Finché non accetteremo che lavoro digitale non significa lavoro immateriale, continueremo a far morire di caldo chi ci porta il pranzo.
O ripensiamo tutto o restiamo fermi a cento anni fa
La soluzione non può essere il bonus di qualche centesimo in più.
Serve fermare il lavoro quando il corpo umano non può più reggerlo. Serve ridurre il rischio climatico per chi lavora per strada. Serve riconoscere che il progresso vero si misura non da quante app abbiamo scaricato, ma da quanto sappiamo proteggere chi lavora nei giorni più difficili.
Perché alla fine il progresso non è mai per tutti
La verità è che l’intelligenza artificiale libera chi è già libero.
Protegge chi è già protetto.
Rende più comoda la vita di chi il caldo lo guarda dal vetro di una finestra chiusa.
Per gli altri, per chi lavora per strada, sotto il sole, cambia poco o niente. Cambia solo il nome di chi comanda.
Ieri era un caporale, oggi è un algoritmo.
Ma il corpo che suda, soffre e rischia, quello è sempre lo stesso.
E noi, dall’altra parte dello schermo, continuiamo a chiamarlo innovazione.



