Nel villaggio di Mazeze, nel nord del Mozambico, nessuno si stupisce più quando i bambini scompaiono. Secondo l’ultimo rapporto di Human Rights Watch, almeno centoventi minori sono stati rapiti dall’inizio di aprile da un gruppo armato affiliato allo Stato islamico e noto localmente come al-Shabab.
I ragazzini vengono caricati di fardelli di farina e medicinali saccheggiati, costretti a cucinare per i combattenti, arruolati a forza come sentinelle o dati in “matrimonio” ai miliziani più anziani. È l’episodio più recente di un conflitto che, dal 2017, sta devastando la provincia di Cabo Delgado e si trascina nell’indifferenza generale.
La scala della crisi è impressionante. Le Nazioni Unite calcolano che oltre seicentomila persone siano tuttora sfollate; quasi cinque milioni, in tutto il paese, fanno i conti con la fame e novecentomila sono già entrate nella fase di emergenza alimentare, la soglia che precede la carestia conclamata.
Malgrado questa mappa della disperazione, a fine aprile solo il sessantuno per cento di chi aveva diritto a ricevere cibo o cure sanitarie ha effettivamente avuto aiuto: mancano fondi, mancano operatori umanitari, mancano vie d’accesso sicure dopo anni di imboscate sulle strade sterrate.
A peggiorare tutto, il vuoto di sicurezza creato dal ritiro della missione militare della Comunità per lo sviluppo dell’Africa australe, la Samim, terminata nel luglio scorso. Da allora sono rimasti soltanto i duemilacinquecento soldati ruandesi a pattugliare un’area grande quanto la Lombardia.
Anche le promesse occidentali di ristabilire l’ordine per rilanciare il megaprogetto di gas liquido di TotalEnergies, fermo dal 2021, si sono rivelate fragili: a gennaio la compagnia ha rinviato ancora una volta la ripartenza del cantiere, ammettendo che «la normalità è lontana».
Tra marzo e maggio tre cicloni – Chido, Dikeledi e Jude – hanno colpito a ripetizione le province settentrionali, distruggendo oltre ottantamila case e lasciando senza tetto centinaia di migliaia di persone. A Nampula la tempesta Jude ha sommerso strade, ospedali e campi di mais proprio mentre si diffondeva una nuova ondata di colera.

Il Segretario generale del Consiglio norvegese per i rifugiati, Jan Egeland, appena tornato da una missione sul posto ha parlato di «tripla emergenza»: violenza armata, crisi climatica, fame.
In questo contesto, rapire bambini diventa una strategia militare ed economica. L’assenza di forze di polizia locali, la scarsità di scuole funzionanti, l’impossibilità per molte famiglie di spostarsi oltre i villaggi assediati rendono i minori prede ideali.
Le Nazioni Unite, nel loro ultimo rapporto sui bambini e i conflitti armati, collocano ormai il Mozambico accanto a scenari tradizionalmente più mediatizzati come la Somalia o il Sahel per numero di violazioni gravi contro i minori, in particolare reclutamento, abduzione e violenza sessuale.
Il governo di Maputo assicura che l’insurrezione è alle corde e che il ritorno dei civili nei distretti costieri procede. Eppure, seicentomila sfollati vivono ancora in campi improvvisati o in capanne di fortuna; molti di loro sono già fuggiti due o tre volte, trascinando con sé il poco che resta.
Più della metà dei nuovi arrivi sono donne e bambini, i primi destinatari dei tagli ai programmi alimentari decisi dalle agenzie internazionali quando i finanziamenti non coprono l’intero fabbisogno.
La provincia, paradossalmente ricchissima di giacimenti di gas e rubini, è diventata un gigantesco buco nero di diritti. Benché il Mozambico sia considerato dal Fondo monetario uno dei paesi africani a crescita più rapida nei prossimi cinque anni, questa crescita non arriva nei villaggi rasi al suolo dai combattenti, né nei campi spazzati dalle alluvioni.
Finché i bambini di Cabo Delgado continueranno a essere merce di scambio fra miliziani, trafficanti e reclutatori, l’annuncio di ogni nuovo investimento straniero suonerà come un’intonazione stonata sull’orlo del baratro.
Fonti:
Human Rights Watch; Associated Press; ReliefWeb/OCHA Humanitarian Response Dashboard aprile 2025; Norwegian Refugee Council, dichiarazione 24 giugno 2025; News24, analisi su ritiro Samim 8 maggio 2025; Reuters, 22 gennaio 2025, rinvio progetto LNG; Relazione ONU «Children and Armed Conflict» 17 giugno 2025; Wikipedia/Cyclone Jude aggiornamento 12 marzo 2025.



