Mense scolastiche: la povertà si serve a tavola

In Italia, ogni giorno, quasi due milioni di studenti siedono a mensa nelle scuole dell’infanzia e primarie. Eppure, dietro questa routine quotidiana, si cela una questione sociale di primaria importanza: l’accesso al pasto scolastico non è garantito a tutti. Anzi, è il riflesso di una società in cui la povertà alimentare condiziona l’infanzia e il territorio amplifica le disuguaglianze.

La VIII Indagine nazionale sulle mense scolastiche di Cittadinanzattiva rivela un sistema disomogeneo e spesso iniquo. Il costo medio per una famiglia è di circa 85 euro al mese per ogni figlio, ma si va dai 61 euro della Sardegna ai 108 dell’Emilia Romagna. In città come Torino o Livorno si arriva a superare i 6 euro a pasto. Una spesa mensile che per molte famiglie, soprattutto numerose o con redditi bassi, diventa insostenibile.

La mensa come spartiacque della povertà

Secondo i dati ISTAT, il 23% delle famiglie italiane è a rischio povertà. La percentuale sale al 42% per quelle con tre o più figli. In questi contesti, la mensa scolastica rappresenta più che un’opportunità educativa: è un’ancora di salvezza. Il pasto a scuola è spesso l’unico completo e bilanciato della giornata. Quando manca, la povertà alimentare smette di essere un concetto statistico e diventa esperienza quotidiana.

Tuttavia, le mense non ci sono ovunque. Solo il 34,5% degli edifici scolastici italiani dispone di un refettorio. Al Sud la percentuale scende al 22%, con punte drammatiche in Campania (15,6%) e Sicilia (13,7%). Non è solo una questione di fondi, ma di accesso ai diritti.

Il peso economico sulle famiglie

Pagare la mensa scolastica, in assenza di agevolazioni, significa per una famiglia con due figli spendere in media 170 euro al mese. In alcune regioni il costo arriva a sfiorare i 1.200 euro l’anno per bambino. Una cifra che incide duramente, soprattutto se si considera che i nuclei più colpiti dalla crisi economica sono quelli già fragili.

Il Fondo nazionale per il contrasto alla povertà alimentare a scuola, istituito con l’ultima legge di bilancio, è un primo passo. Ma ad oggi manca ancora il decreto attuativo per distribuire le risorse ai Comuni. Intanto, i bambini aspettano.

Nord e Sud, la geografia dell’ingiustizia

Anche dove la mensa c’è, non è la stessa per tutti. I dati mostrano differenze di costo enormi tra Nord e Sud. L’Emilia Romagna ha tariffe medie doppie rispetto alla Sardegna. Ma sono proprio le regioni meridionali ad avere più bisogno del servizio, più studenti a rischio povertà, più famiglie monoparentali, meno tempo pieno.

Eppure, delle 961 nuove mense finanziate con il PNRR, meno della metà saranno costruite al Sud, che ha ricevuto solo il 37% delle risorse economiche. Si parla di perequazione, ma si agisce con distribuzioni sbilanciate.

Un diritto ancora negato

Le mense scolastiche devono essere riconosciute come servizio pubblico essenziale, non opzionale. Lo ha detto Cittadinanzattiva e lo ripetono le associazioni per il diritto all’infanzia. Invece, oggi, l’accesso al pasto dipende ancora troppo spesso dal codice postale.

Le proposte sono chiare: uniformare le tariffe minime e massime su base territoriale, sbloccare i fondi per le famiglie in difficoltà, rafforzare il tempo pieno, costruire mense dove non ci sono. Ma soprattutto, considerare il pasto scolastico come un diritto e non come un servizio a domanda individuale.

Perché a scuola non si va solo per imparare. Si va anche per mangiare. E se questo è vero, allora la lotta alla povertà passa anche dal piatto di un bambino.