Il nuovo World Inequality Report 2026 parte da un dato brutale: il mondo è diventato una macchina che separa i ricchi da tutti gli altri. Il 10 per cento più benestante dell’umanità controlla tre quarti della ricchezza privata globale, mentre la metà più povera si divide appena il 2 per cento. Ancora più impressionante: meno di 60 mila super-ricchi, lo 0,001 per cento della popolazione adulta, possiedono da soli tre volte la ricchezza di metà del pianeta.
Non è solo la fotografia di un istante: è un film che da trent’anni scorre sempre nella stessa direzione. Dal 1995 il patrimonio di miliardari e centimilionari cresce in media dell’8 per cento l’anno, quasi il doppio del ritmo della metà più povera del mondo, che pur partendo da quasi zero riesce a catturare solo l’1 per cento della crescita complessiva della ricchezza. È la “secessione dei ricchi”: una minoranza che accumula capitali e rendite a una velocità che nessun salario potrà mai raggiungere.
Per i ricercatori del World Inequality Lab questa frattura non riguarda solo il portafoglio, ma attraversa tutte le dimensioni della vita. Prendiamo il clima. La metà più povera dell’umanità produce il 3 per cento delle emissioni legate alla proprietà privata di capitali – fabbriche, centrali, grandi asset finanziari – e il 10 per cento delle emissioni da consumo. Il 10 per cento più ricco concentra invece il 77 per cento delle emissioni di capitale e quasi la metà di quelle da consumo.
L’1 per cento al vertice da solo vale il 41 per cento delle emissioni attribuibili alla proprietà privata. In cambio, sono i più poveri a subire circa tre quarti delle perdite di reddito causate dalla crisi climatica. L’economia globale funziona così: i ricchi emettono e investono, i poveri pagano i danni.
Poi c’è la metà ignorata del genere umano. A livello mondiale le donne incassano poco più di un quarto del reddito da lavoro, e in Medio Oriente e Nord Africa la quota scende al 16 per cento. In Europa e nel Nord America, i “virtuosi”, la percentuale si ferma intorno al 40 per cento.
Se si contano solo i lavori retribuiti, le donne guadagnano il 61 per cento della paga oraria maschile; se si aggiungono le ore di lavoro domestico e di cura, che non compaiono nei conti nazionali, il loro reddito effettivo per ora di lavoro precipita al 32 per cento di quello degli uomini.
Eppure le donne lavorano di più: 53 ore settimanali contro 43 degli uomini, proprio perché sulle loro spalle ricade quasi tutto il lavoro gratuito che permette alla società di funzionare.
La lotteria del luogo di nascita fa il resto. Un abitante medio di Nord America e Oceania dispone di un reddito circa tredici volte superiore a quello di un abitante dell’Africa subsahariana.
Ma lo squilibrio più rivelatore non è nel reddito di oggi, è nell’investimento sui bambini di domani: ogni anno i sistemi pubblici spendono in media 220 euro (a parità di potere d’acquisto) per l’istruzione di un ragazzo africano, contro oltre 9 mila euro per un coetaneo in Nord America e Oceania e 7.400 in Europa.
Un rapporto di quasi uno a quaranta, tre volte più ampio del divario di reddito. Così la geografia della ricchezza si auto-riproduce: chi nasce dove la scuola pubblica vale poco resta intrappolato in basso, mentre il Nord globale si garantisce il monopolio del “capitale umano” qualificato.

In questo quadro il sistema finanziario internazionale non corregge le disuguaglianze, le amplifica. I paesi ricchi, che emettono le valute di riserva – dollaro, euro, yen – si finanziano sui mercati a tassi bassissimi e reinvestono all’estero a rendimenti più alti, comportandosi da rentier globali.
Ogni anno i paesi poveri trasferiscono verso il Nord più dell’1 per cento del Pil mondiale sotto forma di interessi sul debito, profitti rimpatriati, dividendi, a fronte di aiuti allo sviluppo tre volte inferiori che viaggiano in direzione opposta. Stati come Stati Uniti, Eurozona e Giappone incassano un “privilegio esorbitante” pari fino al 2-6 per cento del proprio Pil, mentre molte economie emergenti registrano sistematicamente un saldo negativo.
È una versione finanziaria, aggiornata al XXI secolo, dello scambio diseguale: le periferie forniscono capitale a basso costo, i centri lo trasformano in rendite.
Nemmeno il fisco riequilibra il gioco. I dati comparati su Brasile, Stati Uniti, Francia, Olanda e Spagna mostrano che per il 99 per cento della popolazione le aliquote effettive dell’imposta sul reddito crescono insieme al reddito, come ci si aspetterebbe in un sistema progressivo.
Poi, salendo verso il top 0,1 per cento e soprattutto tra miliardari e centimilionari, la curva si piega al contrario: grazie a società veicolo, capital gain tassati meno del lavoro, residenze fiscali alleggerite e scappatoie transnazionali, chi sta in cima paga in proporzione meno di un normale ceto medio.
Il rapporto calcola che anche un’imposta minima globale sui grandi patrimoni – pochi punti percentuali sui patrimoni oltre i 100 milioni di euro – raccoglierebbe tra lo 0,45 e l’1,11 per cento del Pil mondiale l’anno, abbastanza per finanziare scuole, ospedali e adattamento climatico su scala planetaria.
Nel frattempo la rappresentanza politica delle classi popolari si assottiglia. Nei paesi occidentali l’allineamento “di classe” del dopoguerra – lavoratori poveri a sinistra, ricchi a destra – è saltato. I ceti popolari sono spaccati tra partiti diversi o restano fuori dal voto, mentre il conflitto si riorganizza attorno a fratture territoriali: grandi metropoli contro province e periferie, aree integrate nei flussi globali contro zone deindustrializzate.
In questo vuoto pesano di più i soldi nelle campagne elettorali: in paesi come Francia e Corea del Sud le donazioni politiche provengono in modo sproporzionato dal 10 per cento più ricco, accentuando la distanza tra chi finanzia la politica e chi subisce le decisioni.
E l’Italia? Nella scheda nazionale il nostro paese viene collocato tra quelli “moderatamente diseguali” sul reddito, ma con una forte concentrazione della ricchezza.
Il 10 per cento più ricco incassa circa un terzo del reddito nazionale mentre la metà più povera si ferma poco sopra il 21 per cento; sul patrimonio però la forbice esplode: il 10 per cento detiene oltre il 56 per cento della ricchezza netta, alla metà più povera resta intorno al 2,5 per cento.
Il rapporto tra reddito medio del 10 per cento in alto e della metà in basso è salito in dieci anni da 13,7 a 14,8, segno che la distanza continua ad allargarsi, e la quota di reddito da lavoro che va alle donne resta inchiodata poco sopra un terzo.
Il messaggio politico del World Inequality Report 2026 è esplicito: queste disuguaglianze non sono un destino naturale ma il prodotto di scelte, istituzioni, rapporti di forza. Dove il fisco è davvero progressivo, i trasferimenti sociali sono robusti e l’investimento pubblico in istruzione e sanità è prioritario, le disuguaglianze si riducono.
Dove il capitale può muoversi senza vincoli, il lavoro è frammentato e la politica dipende dalle donazioni dei più ricchi, la forbice si apre. Per questo gli autori, insieme a un gruppo di economisti guidati da Jayati Ghosh e Joseph Stiglitz, propongono la creazione di un Panel internazionale sulle disuguaglianze, una sorta di “IPCC dell’ingiustizia sociale” che produca dati indipendenti e obblighi governi e G20 a misurarsi con il problema.
Tradotto nel linguaggio di Diogene, il rapporto dice che il mondo non è povero: è organizzato per tenere molti nella povertà e pochi nell’abbondanza. Gli strumenti per invertire la rotta esistono già – tasse sui grandi patrimoni, servizi universali, diritti del lavoro, regole globali su finanza e clima – ma finché la politica non sceglie di usarli, la “normalità” resterà questa: una minoranza che vive di rendita, una maggioranza che sopravvive e un pianeta che ne paga il conto.



