Le violenze sui minori al Beccaria: non episodi ma un vero sistema

La brutta storia che si narrerà è accaduto all’istituto di pena minorile Cesare Beccaria di Milano. Ironia della sorte la casa di reclusione è intitolata al giurista e filosofo, autore del saggio “Dei delitti e delle pene”, nel quale sostiene che le pene debbano svolgere una funzione rieducativa e non repressiva in modo da favorire una sicurezza sociale e un’integrazione sociale del criminale pentito.

Concetto ribadito dall’articolo 27 della costituzione al terzo comma :”Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Nella città meneghina è accaduto altro, si è venuti a conoscenza degli orrori per la segnalazione del garante dei detenuti milanese sollecitato da un genitore.

All’interno del carcere sono stati commessi quelli che lui descrive come “fatti gravissimi”. Non singoli episodi, ma un sistema, perpetrato per anni e andato avanti fino a un mese fa. L’indagine chirurgica della procura ha svelato un’isola di illegalità nella civilissima Milano.

Un sistema.Dietro le sbarre i ragazzi vivevano in un “clima di terrore che proprio il garante dei detenuti ha denunciato: “Era doveroso, una delle poche cose che può fare un garante quando riceve una notizia di reato”.

Le telecamere ci hanno fatto conoscere la vicenda. Sentiti come testimoni anche i cappellani dell’istituto don Gino Rigoldi e don Claudio Burgio: “Le ferite? Pensavamo fossero litigi tra detenuti”.

Gli agenti lamentano l’assenza di protezione del dirigente, la presenza di sostegno agli operatori veniva assicurata dal caposquadra, 11 persone sono state arrestate, otto agli arresti domiciliari. “Questo è un fatto. E i fatti sono la cosa più ostinata del mondo.” Michail Bulgakov.

I ragazzi affidati alla struttura di reclusione, vengono da realtà di povertà educativa, d’istruzione,culturale dove vige la violenza, spesso indirizzati alla criminalità sotto minaccia.

A queste condizioni prima e poi abiteranno le case circondariali e in quel luogo,nel caso di specie, non troveranno l’accoglienza, nel rispetto delle regole, per iniziare un percorso rieducativo, spesso per mero potere si fanno degli abusi, aggiungendo violenza a violenza e sgretolando la relazione di fiducia, mancando alla “ratio” della funzione principale della correzione del reo per riabilitarsi, che scontata la pena devono possedere gli strumenti per rientrare nella società.

Ad oggi può sembrare utopistico, ma necessita un salto di qualità degli operatori per esercitare il fine della condanna. Altrimenti lo Stato, ossia noi, incasserà un ulteriore fallimento.