C’è una domanda che ritorna ossessivamente ogni volta che Donald Trump cambia bersaglio, registro, tono: che cosa vuole dire davvero?
Ma forse questa domanda è mal posta. Perché Trump, più che dire qualcosa, funziona come un operatore di senso. E lo fa proprio attraverso quella che ai suoi detrattori appare come la sua cifra più irritante: la volubilità.
Il passaggio repentino da Elon Musk a Gavin Newsom – da un alleato potente a un avversario strutturale – non è solo un evento politico. È un passaggio di segno, un mutamento di superficie che ha una coerenza più profonda: quella del continuo re-indirizzamento dell’attenzione pubblica.
Il gesto che genera realtà
Trump non ha bisogno di essere coerente per essere efficace. La sua forza sta nel gesto prima ancora che nella narrazione.
Quando attacca Musk, non comunica un dissenso ideologico: mette in scena il principio che nessun potere può sfuggire alla sua giurisdizione simbolica.
Quando torna su Newsom, non contesta un modello politico alternativo: riattiva un paradigma oppositivo in cui la California diventa la metafora perfetta dell’altro da sé – progressista, urbano, tecnocratico.
In questa oscillazione, non c’è incoerenza: c’è performatività.
Trump non spiega, non articola, ma agisce: compone atti semiotici che producono effetti, accensioni, riconfigurazioni. Il suo è un linguaggio operazionale: non descrive il mondo, lo plasma attraverso il conflitto.
Disordine come grammatica dominante
Nel mondo comunicativo di Trump, la coerenza è sospetta, perché vincola.
Il disordine invece è produttivo: permette di spostare i fuochi, di cancellare il passato, di moltiplicare gli atti.
Ogni settimana si apre un nuovo campo semantico: un conflitto, un nemico, un frame. Ma l’obiettivo non è l’oggetto della polemica – Musk, Newsom, Biden, la stampa – bensì l’atto stesso del polemizzare.
Questa è la grammatica del perpetuo presente mediatico: l’istante genera il suo contesto, e poi si dissolve.
Trump non è un autore, ma un operatore di flussi. Non costruisce un messaggio, ma regola la pressione del rumore. E nella società dell’attenzione, il rumore è tutto.
Il significante vuoto e l’appropriazione continua
In termini semiotici, Trump si comporta come un significante vuoto: un contenitore fluttuante, che si riempie a seconda delle necessità narrative.
Un giorno è l’uomo della legge e dell’ordine, il giorno dopo è il sabotatore del sistema. Un giorno è l’anti-élite, quello dopo cena con i miliardari della Silicon Valley. Il punto non è la contraddizione, ma l’appropriazione di qualunque codice disponibile per restare al centro della produzione di senso.
Anche il suo corpo – che inciampa, si agita, mostra gesti esagerati – diventa parte del dispositivo. L’inciampo sulla scaletta dell’Air Force One è un segno, immediatamente catturato da Newsom, che risponde con lo stesso tipo di linguaggio visivo e ironico che Trump usa contro i suoi nemici.
Ma questa è una trappola: nel momento in cui ti rispecchi nei suoi codici, sei già nel suo campo semantico. Il linguaggio di Trump non si combatte frontalmente: si propaga.
La volubilità come forma del potere contemporaneo
Forse la lezione più sottile che Trump ci consegna è questa: nella comunicazione politica contemporanea, il potere non si misura più in stabilità ma in intensità.
Chi riesce a generare conflitto, a spostare il focus, a saturare i canali con nuovi segni e nuovi duelli, domina la scena.
La volubilità, allora, non è debolezza. È una forma di potere ritmico, intermittente, ma continuo. Una metrica politica fatta di strappi, pause e riprese. Non c’è bisogno di sapere dove andrà domani.
Perché il senso, per Trump, non è una destinazione, ma un’occupazione.



