venerdì, Gennaio 30, 2026

La ricchezza di pochi condanna miliardi alla fame: vergogna globale

Oggi quasi la metà della popolazione mondiale, circa il 44%, sopravvive con meno di 6,85 dollari al giorno. Nonostante una riduzione della percentuale di persone in povertà negli ultimi tre decenni, il numero assoluto di individui che vivono al di sotto di questa soglia è rimasto stabile: oltre 3,5 miliardi di persone, come nel 1990. Al ritmo attuale, ci vorrebbero più di cento anni per sradicare la povertà globale.

Anche la lotta contro la povertà estrema, definita da un reddito inferiore a 2,15 dollari al giorno, ha subito un rallentamento significativo. Questo trend rende sempre più irrealistico l’obiettivo di eliminare la povertà entro il 2030, evidenziando l’inefficacia delle politiche globali in materia.

Il rapporto di Oxfam, “Disuguaglianza: povertà ingiusta e ricchezza immeritata”, pubblicato in occasione del World Economic Forum di Davos, offre uno spaccato drammatico delle disuguaglianze globali.

Mentre miliardi lottano per sopravvivere, i dieci uomini più ricchi al mondo hanno visto la loro ricchezza crescere di quasi 100 milioni di dollari al giorno nel 2024. Se il 99% delle loro fortune scomparisse improvvisamente, rimarrebbero comunque miliardari.

Nel frattempo, l’1% più ricco controlla quasi metà della ricchezza globale, mentre dal Sud del mondo si trasferiscono ogni anno verso le economie avanzate flussi di capitale per oltre 1.000 miliardi di dollari, una dinamica che beneficia solo l’élite economica del Nord.

Nord e Sud globale: un equilibrio spezzato
Il dominio economico dei Paesi ricchi, che ospitano solo il 21% della popolazione mondiale ma detengono il 69% della ricchezza, si fonda su sistemi finanziari e commerciali che penalizzano le economie in via di sviluppo.

Le valute forti del Nord e i costi di finanziamento inferiori consolidano squilibri nei flussi di reddito, mentre il Sud del mondo, che rappresenta il 90% della forza lavoro globale, riceve appena il 21% del reddito da lavoro.

I salari nei Paesi poveri restano fino al 95% più bassi rispetto a quelli delle economie avanzate, nonostante competenze equivalenti.

A peggiorare il quadro, molti Paesi a basso e medio reddito dedicano quasi metà del loro bilancio al rimborso del debito estero, spesso contratto con istituti di credito delle grandi capitali occidentali.

Nel 2023, il debito globale ha toccato il record di 307.000 miliardi di dollari, con oltre 3 miliardi di persone che vivono in Paesi dove il pagamento del debito supera le spese per sanità e istruzione.

Il monopolio dei super-ricchi
La concentrazione della ricchezza globale è sostenuta da una rete di privilegi e potere di mercato. Le cinque aziende più grandi del mondo generano ricavi superiori al PIL di intere nazioni e al reddito combinato di due miliardi di persone, rafforzando così un sistema economico monopolistico che alimenta ulteriormente le disuguaglianze.

Secondo Amitabh Behar, direttore esecutivo di Oxfam International, la narrativa secondo cui le grandi fortune sono frutto di merito e duro lavoro è per lo più un mito: “Molti di questi miliardari non sono self-made men, ma eredi di immense ricchezze.

La mancata tassazione delle grandi eredità perpetua un sistema che concentra risorse e potere nelle mani di pochi, sottraendo fondi pubblici vitali per sanità, istruzione e occupazione nei Paesi più poveri.”

Una scelta umana, non un destino inevitabile
La struttura economica globale non è una conseguenza inevitabile, ma il risultato di decisioni politiche e finanziarie che privilegiano pochi a scapito della maggioranza. Un’inversione di rotta richiede interventi strutturali, come tassazioni più eque e politiche economiche volte a redistribuire risorse verso le fasce più vulnerabili.

Fino ad allora, il divario tra ricchi e poveri continuerà ad allargarsi, con gravi conseguenze non solo per l’economia, ma per l’umanità nel suo complesso.

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